La corsa di Giorgio Gori per la Regione passa da Lecco. Dalle domande dei Comuni montani che si sentono sempre più abbandonati dalla politica, alle incognite del mondo del lavoro evidenziate nell’incontro a Confindustria. Fino a temi di più «largo consumo»: le code al Pronto soccorso, il servizio scadente di Trenord, l’assenza dei giovani dal dibattito politico. Il candidato di centro sinistra ne parla a tutto campo col Giornale di Lecco, all’indomani della sua visita nei nostri territori.

Intervista esclusiva a Giorgio Gori.

Pubblichiamo alcini stralci dell’intervista al candidato dem al Pirellone.

Sindaco, mercoledì la sua giornata in provincia di Lecco è partita incontrando, a Barzio, alcuni operatori economici della Valsassina: imprenditori, sindaci, amministratori… Quali sono le criticità messe venute a galla?

«Ci siamo soffermati su temi legati alla montagna, comuni a tutte le valli. Parliamo di territori messi in difficoltà dalle scelte fatte negli ultimi anni dalla Regione, che ha tagliato tanti dei contributi che in precedenza venivano erogati per l’agricoltura di montagna, per la forestazione, per gli impianti… Si è ragionato su possibili sostegni, che ruotano attorno a tre passaggi».

Cioè?

«Anzitutto la creazione di un assessorato di montagna, che sappia riconoscere le specificità e le difficoltà dei territori. Sono territori meno abitati e quindi con meno elettori: tendono a pesare meno nelle decisioni. Secondo punto: un maggiore coinvolgimento delle comunità, affidando ai territori quindi la gestione delle risorse e le scelte strategiche. Il contrario di quanto successo in questi anni, quando cioè le comunità montane sono state private di alcuni temi importanti. Infine, terzo punto, i soldi: servono sempre. Non capisco perché, in una regione che ha il 40 percento di territorio montano, l’unica provincia che è stata riconosciuta come territorio montano è solo Sondrio, con tutto quello che ne consegue anche in termini di investimenti».

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Dopo l’incontro in Valsassina, quello a Confindustria. Qui cosa è emerso?

«E’ una visione più complessiva che sto cercando di portare avanti in tante sedi, specie quando incontro gli imprenditori. Chi cioè può vedere il lavoro come il centro del progetto Lombardia dei prossimi anni, con obbiettivo di occupazione piena e buona: non si tratta solo di avere posti di lavoro, ma questi devono essere stabili e ben retribuiti. Perché ciò accada devono succedere alcune cose, in particolare le componenti del mondo del lavoro devono condividere una visione strategica, quella che emerge dal patto per il lavoro. È ciò che ha fatto dell’Emilia Romagna, la locomotiva d’Italia, ancor più della Lombardia. Questa spinta è venuta da una condivisione ampia e forte. La Regione Lombardia può competere nell’economia globale sul valore aggiunto, sulla qualità dei suoi beni e dei suoi servizi, certo non sul basso costo del lavoro. Portare quindi innovazione dentro i servizi richiede un grande investimento sulle competenze. Parliamo quindi della scuola, a partire da quella su cui la Regione ha competenza diretta, ovvero la formazione professionale, che abbiamo erroneamente tenuto in poca considerazione in questi anni. E’ invece fattore di qualifica dei giovani che può funzionare bene, là dove sia ancorata alle esigenze dei territori. Continuo ad incontrare ragazzi che mi dicono di non riuscire a trovare lavoro, e imprenditori che mi dicono di non riuscire a trovare chi assumere. Qualcosa non funziona».

 

Una doppia pagina con l’intervista integrale sul Giornale di Lecco in edicola dal 5 febbraio