L’ex borgomastro di Calolziocorte Paolo Arrigoni ha incontrato questa mattina a Roma Alberto Torregiani, il figlio di Pier Luigi Torregiani, il gioielliere ucciso nel 1979. Per l’omicidio del padre e per il ferimento del figlio Alberto, che dal giorno dell’agguato è costretto su una sedia a rotelle,  è stato condannato  Cesare Battisti, l’ex componente  dei Nuclei Comunisti per la Guerriglia Proletaria, latitante per 37 anni, che proprio in questi giorni è stato catturato in Bolivia da una task force di 007 italiani, brasiliani e boliviani. Battisti ora è in carcere in Sardegna.

Il senatore Arrigoni incontra Alberto Torregiani, vittima di Cesare Battisti

Arrigoni, membro del Copasir, Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica, che esercita funzioni di vigilanza e controllo sui servizi segreti italiani, era membro della delegazione che ha incontrato Torregiani. Con lui un altro leghista brianzolo, il senatore Emanuele Pellegrini, già consigliere comunale di Carnate e segretario provinciale della Lega Nord.

L’omaggio

“Emozionante incontro oggi con Alberto Torregiani, che la presidente del Senato Anna Maria Casellati ha voluto omaggiare con una campanella che usano i presidenti d’aula e che rappresenta il rigore.” ha scritto il senatore lecchese sul più noto dei social network. ” 40 anni fa la vita di Alberto è stata stravolta da uomini vili e indegni tra cui Cesare Battisti, che uccisero il padre e costrinsero Alberto, appena quindicenne, a passare la vita sulla sedia a rotelle a seguito della sparatoria. Oggi quel vile assassino e terrorista di Battisti è in carcere. Alberto – che abbiamo ringraziato per l’impegno civico di ricordo e denuncia – e le altre vittime hanno finalmente avuto giustizia”.

La tragedia di Pier Luigi e Alberto Torregiani

Pier Luigi Torregiani era un gioielliere titolare di un piccolo esercizio nella periferia nord di Milano, in via Mercantini, nel quartiere della “Bovisa”. La sera del 22 gennaio 1979, dopo un’esposizione di gioielli presso una televisione privata, Torregiani subì un tentativo di rapina a opera di alcuni malviventi mentre stava cenando in una pizzeria, il ristorante Il Transatlantico, di via Marcello Malpighi insieme a familiari e amici. Torregiani e uno dei suoi accompagnatori, anch’egli armato, reagirono al tentativo di rapina: nacque una colluttazione con una conseguente sparatoria che causò la morte di uno dei rapinatori, Orazio Daidone, 34 anni e di un avventore, Vincenzo Consoli, commerciante catanese, oltre che il ferimento di altre persone, tra le quali lo stesso Torregiani. Un altro dei clienti rimase ferito.  Il 16 febbraio successivo, mentre stava aprendo il negozio insieme ai figli, fu vittima di un agguato da parte di un gruppo di fuoco costituito da tre componenti dei Proletari Armati per il Comunismo, Giuseppe Memeo, Gabriele Grimaldi (figlio di Laura Grimaldi) e Sebastiano Masala, intenzionati a vendicare la morte del rapinatore rimasto ucciso nel ristorante.

Il proiettile che raggiunse il ragazzino di 15 anni

Torregiani tentò una reazione ma fu colpito da Memeo non appena estrasse la sua pistola, dalla quale partì un proiettile che raggiunse il figlio quindicenne Alberto alla colonna vertebrale, rendendolo paraplegico Torregiani fu finito con un colpo alla testa da Grimaldi, dopodiché i tre terroristi si diedero alla fuga. Il 5 marzo successivo il gruppo terrorista, con una telefonata anonima a un giornalista di Milano, indicò il luogo dove quest’ultimo avrebbe trovato un comunicato di rivendicazione del fatto nel quale, oltre a dichiararsi estranei al ferimento del figlio di Torregiani, per il quale espressero dispiacere, i terroristi dichiararono che l’azione era tesa a «conquistare l’egemonia politica sulla piccola malavita», altrimenti destinata a finire «…sotto l’egemonia della grande malavita storicamente intrallazzata con il potere del capitale». Questo e il contemporaneo delitto Sabbadin vengono quindi firmati dai Nuclei Comunisti per la Guerriglia Proletaria tramite il volantino lasciato in una cabina telefonica di piazza Cavour a Milano. Furono condannati come esecutori materiali Giuseppe Memeo (pena cumulativa di 30 anni) e Gabriele Grimaldi, e come concorrente Sebastiano Masala. Per concorso morale, in quanto partecipante alla riunione in cui si decise l’omicidio e quindi come co-ideatore e co-organizzatore vennero condannati Cesare Battisti (13 anni, poi ergastolo in appello per altri omicidi) e altri come Sante Fatone e Luigi Lavazza.

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