«Artista sciamano» lo definì Philippe Daverio, qualcuno lo chiama maestro, qualcun altro poeta ma Gaetano Orazio, artista eclettico e ispirato, sfugge ad ogni definizione, pur comprendendole tutte. «Sarò sempre un apprendista» dice di sé, e non mente, né si veste di ipocrisia o falsa modestia. La  vera maestra è la natura. Non intesa come passione naturalistica o incanto di paesaggio, ma come origine, fonte primigenia, scaturigine della vita stessa. Essenza.

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La sua  pittura prima e la poesia poi nascono da questo rapporto immediato, in senso etimologico, senza mediazioni, con un’ancestrale potenza creativa, con cui Orazio entra in contatto in una sorta di tensione panica attraverso cui al contempo si dissolve, diventando uno con essa, e si definisce come individuo. C’è nella sua arte un’urgenza creativa limpida, impellente, preistorica, nel senso di primitiva, prima dalla storia. Fu questo a far scegliere a Daverio, che gli dedicò una puntata di Passepartout nel 2003, l’appellativo sciamano.

Gaetano Orazio, l’artista sciamano 

Nato  nel 1954 ad Angri, nel Salernitano, si è trasferito al Nord che era solo un ragazzo, inseguendo come molti in quegli anni il sogno di una vita con qualche possibilità in più. Ad accoglierlo a Milano il freddo, la neve calpestata e sporca, l’odore ferroso delle fabbriche della periferia milanese, quando Sesto San Giovanni voleva dire soprattutto acciaierie Falck.
E’ qui che negli anni Ottanta, ormai adulto, scopre la passione per la pittura. L’acquarello prima, l’olio e l’acrilico poi. Disegnare, schizzare diventa subito urgente.
Il segno è subito potente, la mano felice. Il corso di pittura alla scuola Borsa di Monza serve ad affinare l’intuizione, ma presto il suo maestro Giuseppe  Colombo  gli suggerisce di lasciare: «Non è il tuo posto –  mi ha detto – ricorda con un sorriso Orazio – aveva ragione».

Orazio intanto lavora in fabbrica, minuteria metallica prima e settore aeraulico, del condizionamento dell’aria, poi,  “prestatore d’opera” come ama definirsi, di giorno, nelle ore del lavoro in fabbrica,  e “prestato alla pittura e alla poesia” nel tempo libero. Sono anni intensi, nello studio di San Maurizio al Lambro prima e di Cremella poi, il suo talento sperimenta materiali, forme, incontri.

L’intervista

Un artista operaio, un ragazzo del Sud che trova qui al Nord la sua dimensione umana. Che  ricordi ha di quegli anni, che cosa ha significato per lei, così attratto dalla natura, il lavoro in fabbrica?

«Ho dedicato al lavoro parte del mio tempo, concentrandomi sulle cose da fare, cercando anche in quelle ore di stare dentro le cose, mi appuntavo pensieri, immagini. In fabbrica le mie lotte sono state dedicate alla dignità di noi “prestatori d’opera”. Non eravamo operai, facevamo gli operai. Questa definizione descriveva il nostro lavoro, non ci definiva come persone. Non ho mai rimpianto il luogo dove sono nato, non ho mai sentito quella nostalgia struggente che so provano alcuni».

 

A rivoluzionare il suo percorso artistico è l’incontro con il torrente. Sulle rive del rio Toscio che scorre accanto a San Pietro al Monte lei intuisce la chiave, il senso, l’urgenza del suo dipingere. Che cosa ha rappresento per lei il torrente?

«Andavo al torrente per far scorre la pittura. Il torrente “rovina”, nel senso di precipita, trascina, trasforma ogni cosa. Era un corpo a corpo con la natura: appoggiavo le tele sui sassi, dentro l’acqua, dipingevo, osservavo, sentivo l’acqua, le pietre, gli insetti. Sentivo accanto a me il mio daimon».
Nascono così le serie pittoriche dedicate alla salamandra, alle effimere, alle castagne d’acqua, al pettirosso.  Tutto è nuovo per Orazio, ogni forma, pietra, essere vivente animale o vegetale diventa qualcosa a cui assomigliare, forse addirittura essere.

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L’impressione è che non si tratti  di una ricerca, ma piuttosto di un’urgenza creativa, una spinta ancestrale, uno smarrirsi dentro l’essenza della natura. E’ così?

«E’ una forma di empatia – suggerisce Orazio – un sentirsi “altro da me”, sentire di appartenere all’essenza delle cose, di non essere diverso dall’ago di un pino maestoso, dalle forme di vita animali che ci circondano. Come un fanciullo meravigliato che scopre in ogni cosa la bellezza. Poi la razionalità ci allontana da questa consapevolezza di appartenenza, “gratta via” la potenza immaginifica del fanciullo».

 


Parla di sé, del percorso che ogni essere umano affronta per diventare adulto, o è una riflessione più ampia, sull’umanità, sull’evoluzione  e la responsabilità di essere uomini?

«Non è solo il percorso di ciascuno, è alla fanciullezza dell’uomo primitivo che mi riferisco, allo stupore e alla meraviglia, alla capacità di riconoscersi nel “rovinare”, nel precipitare delle cose, nel quotidiano, in un divenire che è eterno presente, un tempo senza tempo, circolare. Come individui attraversiamo un tempo fisico che ci è dato e nel qui e ora dobbiamo scoprire la bellezza del quotidiano. Non accettare, aderire, prenderci la responsabilità di essere chi siamo. Dire sì. Lo stesso sì di Maria. Al di là delle interpretazioni religiose a cui si può credere o no, quel sì per me significa “mi prendo la responsabilità di esserci qui e ora”, dico sì alla forza, all’essenza, alla potenza creatrice del mondo di cui siamo parte».

E’ questo che fa l’arte? Allora siamo tutti artisti?

«Si. Io concordo con l’interpretazione sociale dell’arte di Joseph Beuys e con la sua frase  “ogni uomo è un artista”. L’arte è consapevolezza del quotidiano, da cui nessuno è escluso».
E’ un’anima antica Orazio, un artista ispirato in cui il gesto pittorico e la parola poetica sono davvero riti sciamanici che ci consentono di accedere ad una dimensione ancestrale, dove pulsa il magma della creazione, prima che il tempo si generasse.

Nella sua vita ha incontrato diversi personaggi di rilevante spesso culturale, il già citato Daverio, Erri de Luca, che ha scritto la prefazione di un suo libro di poesie, Giovanni Testori che non poteva non restare incantato dalla sua poetica, il poeta Maurizio Cucchi, solo per citarne alcuni. Come sono nati questi rapporti?

«Con naturalezza, alla presentazione di libri, chiacchierando, a qualche mia mostra. Sono stati contatti intensi, ma non per l’importanza degli interlocutori, per il rapporto con l’altro, in sé. Forse avrei potuto essere più assiduo, ma non sono i rapporti di forza ad interessarmi, ma le persone».
Naturalmente  schivo, è stato sfiorato ed ha frequentato i circuiti ufficiali dell’arte ed il suo mercato: ha fatto diverse personali ed è quotato, tuttavia per lui è impossibile fare cose che “possano piacere ai nostri collezionisti”, come gli avevano suggerito esperti del settore. L’urgenza creativa mal si concilia con una cifra stilistica rassicurante e riconoscibile che piace a chi confonde l’arte con il possesso dell’opera d’arte.
Ora però sta lavorando a un progetto espositivo rilevante, che prenderà le mosse in settembre.
«Ho finalmente trovare il misterioso committente della mia pittura, il mio “trovante». A questa figura che da sempre accompagna i miei dipinti, dedicherò un’esposizione che si articolerà in più luoghi, realizzata con la collaborazione di amici come Marta Perego, di PeregoLibri, Moreno Pirovano di Zampediverse e Giancarlo Ferrario (Netweek)”.

L’appuntamento con l’arte di Gaetano Orazio è aggiornato a settembre: la personale promette di essere uno straordinario  happening nel cuore delle cose, nella matrice creativa del tutto.