Il tributo di Stefano Motta, romanziere e saggista manzoniano nonché preside del Collegio Villoresi di Merate, ad Andrea Camilleri.

Il tributo di Motta ad Andrea Camilleri

“Il cognome non mente, e il mio pedigree è padano che più padano non si può. Perciò mi sono affacciato anni fa alla lettura dei romanzi del commissario Montalbano con più di una fatica. Mia moglie ne era (ne è, che mica morse) avida, e io ne ero curioso. Non che legga tutti i libri che si accumulano sul di lei comodino (Sophie Kinsella non mi avrà!), ma quei piccoli tometti Sellerio, dalla elegantissima copertina e dalle barocche e raffinate prefazioni di Salvatore Nigro, il massimo studioso di Manzoni di sempre, mi incuriosivano. Eppure la lingua di Camilleri, quell’impasto di dialetto siciliano e neologismi Catarelliani, non era facile, era quasi un metalinguaggio, come lo slang degli adolescenti, con parole ed espressioni che avevano senso solo in quella ristretta cerchia di adepti”.

“La sua lingua una forma d’arte”

Poi la cerchia si è allargata, e anch’io nicchio talora dando appuntamenti “di persona personalmente”, quando l’interlocutore non sia uno che “scassa i cabasisi”, e “mi sono fatto persuaso” che quella lingua così ostica lessicalmente eppure così musicale nella sua prosodia fosse essa stessa una forma di arte. C’è la libertà del discorso indiretto che il siciliano Verga usava nei suoi romanzi, e c’è la follia creativa del grammelot dell’ultimo premio Nobel italiano per la Letteratura. E c’è pure lo sperimentalismo citazionista del lombardissimo Gadda. Dunque, passata la “camurria” di non avere un dizionario pronto all’uso per decifrare qualche termine strano su cui “sciddricavo”, ho imparato che la lingua è anzitutto musica. Che quello di cui non capivo il significato acquistava un senso diverso se letto ad alta voce, per l’effetto che produceva, perché la lingua è suono, anche e soprattutto”.

“Montalbano mi ha accompagnato in tanti viaggi”

“Montalbano mi ha accompagnato in tanti viaggi in treno e in aereo (benedetta la Sellerio e le dimensioni contenute di questi suoi libri!). Senza vergogna. Per decenni il “giallo” è stato relegato a “paraletteratura”, letteratura di serie B rispetto ai grossi tomi dei classici. Lettura da intrattenimento buona, appunto, per i viaggi e l’ombrellone in spiaggia. Ma i libri non si dividono in “libri gialli” e “libri importanti”; si dividono in libri scritti bene e libri scritti male. Ci sono autori strombazzati che scrivono coi piedi e libri gialli che sono opere d’arte e valicano i confini del genere. Così è per Il nome della rosa (qualcuno ha il coraggio di definirlo solo un libro giallo?), così per Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (Gadda, ovviamente), o per i romanzi di Simenon, di Scerbanenco”.

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“Una saga immortale”

“La lunga saga del commissario Montalbano siede tra questi classici, e dei classici ha la potenza amara della verosimiglianza. Il Montalbano che invecchia, che sbaglia, tradisce, chiede perdono, che “sàntia” (versione sicula del “sacramentare” milanese), è cresciuto con noi, in una sorta di lungo romanzo di formazione in cui i singoli casi da risolvere diventavano tanti anelli della catena di un uomo alla ricerca di una verità più profonda di quella dei colpevoli materiali dei delitti, e per questo più sfuggente e forse mai davvero raggiungibile. Accadrà, già accade in verità, che un giorno si cercherà sulla cartina della Sicilia il nome di Vìgata come se fosse ovvio trovarcelo, come a Lecco già a fine Ottocento si pretendeva di identificare la casa di Lucia Mondella, o la chiesa di don Abbondio, che in verità mai erano esistiti di persona personalmente ma che sono divenuti immortali”.

Stefano Motta