Simone Riva sabato mattina verrà ordinato sacerdote. Un momento speciale per la parrocchia di Monticello, che già da diversi giorni si sta preparando nella preghiera a un fine settimana di grandi festeggiamenti. E dalle colonne dell’informatore parrocchiale, lo stesso futuro don Simone ha voluto rivolgere un pensiero affettuoso ai suoi concittadini. Spiegando le origini di questa sua vocazione e chiedendo il loro aiuto spirituale per un passo così importante.

Simone Riva lettera ai parrocchiani

All’interno dello scandirsi della vita quotidiana non è semplice dare peso ad un momento nel quale la mia vita si definirà in maniera radicale: con un «per sempre», in un ministero ben preciso, quello del presbitero. Non è semplice vivere questo passaggio immerso nello scandirsi dei vari impegni e delle varie incombenze, a volte ho la sensazione di non dargli il giusto peso.
Quando poi torno a casa c’è sempre qualcuno, a mo’ di Cassandra, che mi chiede come va; quasi lasciandomi la sensazione di aver difronte uno in procinto di un qualcosa che lo condannerà, con un dubbio che si affaccia nello sguardo: «ce la farà?». Tutto questo poi incorniciato da tanti preparativi che sento predisposti con tanta generosità, amore e certamente un po’ di tensione. Così se qualcuno mi dovesse chiedere come mi stia preparando al giorno dell’ordinazione soggiungono queste tre considerazioni che si portano dietro tre riflessioni che vorrei condividere.

La prima rispetto alla difficoltà di dare il giusto peso alle cose negli affanni del quotidiano. Di cosa mi lamento? Se guardo alla mia famiglia, gli amici cari, i vicini e il parroco mi viene da
sorridere. Mi sembra infatti che sia una lotta condivisa da tutti: dare la giusta priorità alle cose nelle scadenze quotidiane. Credo che tutto ciò ci renda vicini e mi fa contento perché mi avvicina ad ogni famiglia che voglia dare un sapore cristiano alla vita. Questa condizione non la vive solo di chi sta diventando prete. Nella vita di tutti giorni cosa vuol dire che Gesù è la mia guida, la mia ispirazione, colui che dà libertà e gioia? Una parte della risposta credo sia quella di accettare la lotta, sapendo che non sono io a vincerla, sapendo che quell’imprevisto che interrompe la mia programmazione, i miei piani o progetti, sia un lampo di salvezza, in cui può affacciarsi Gesù; perché Lui sicuramente si manifesta come ciò che non mi aspettavo, come qualcosa che per amore e per la mia gioia rompe quel guscio di false certezze che ogni giorno i miei limiti e il mio orgoglio prova ricostruire.


Così è stato anche per l’emergere della mia vocazione: accogliere qualcosa che non ti aspettavi ma che fa profondamente per te, più di quello che io stesso avessi programmato e pensato. Questa mi sembra essere la vita di ogni cristiano: la capacità di accogliere il quotidiano, fatto di un lavoro non sempre facile, una famiglia a cui non sembra mai di riuscire a far fronte nella giusta maniera, non come una performance da sostenere ma come il dono di un Padre. Dio non ha preparato per noi una vita fatta di scadenze e prove ma un cammino d’amore e libertà alla scoperta della vera gioia: amare come lui ha amato.

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Non mi sento vicino ad un evento ma mi sento vicino ad ogni persona che crede e questo mi consola. Il ministero che vado ad assumere non è la salita di un gradino ma l’assunzione di un servizio ad aiutare ogni cristiano, ogni persona, a scoprire la sua vocazione ad essere re, profeta e sacerdote: in poche parole a vivere da Figlio di Dio. Così mi verrebbe da tranquillizzare tutti quelli che mi guardano con preoccupazione: l’ordinazione non è qualcosa che si sovrappone alla mia vita ma la riempie. Non è un peso che assumo, «il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11,30) ma è qualcosa che profondamente attrae e conforma la mia vita, è qualcosa che risponde alla mia identità, senza piegarla o deformarla ma dandogli spessore e senso. Altrimenti non lo farei; non è un sacrificio, anche se i sacrifici non mancano, è un passo che mi aiuta ad essere me stesso e cristiano. La vita mi ha chiamato a fare questo. Penso che ogni uomo sia chiamato ad essere cristiano, nella forma, nel carisma, nel compito che il Padre gli insegnerà. Essere cristiano però non è un sacrificio, una mortificazione, non è qualcuno che si priva di qualcosa per far contento Dio. Il cristiano è uno che capisce, che sa che vivere come Gesù ci indica è profondamente bello e liberante. Il prete è prima di tutto un cristiano, e fa il prete perché lo aiuta ad essere un buon cristiano.

Così quando mi chiedono della castità mi viene da pensare che non sia tanto diverso dalla fedeltà rispetto al coniuge. In entrambi i casi però non può essere vissuta come un prezzo da pagare ma come lo strumento per amare davvero, chi la vita ci chiama ad amare. Questa è una cosa stupenda, che costerà fatica, ma è tremendamente più bella del godimento di plastica che ci presenta la società. L’amore è un’altra cosa. È quello di cui vi ringrazio per come avete accolto il mio desiderio di far festa. Non vedo nell’evento dell’ordinazione qualcosa di speciale rispetto a un battesimo o ad un matrimonio. Certo non è di moda ma vediamo che neanche i battesimi o i matrimoni lo stanno diventando…

Da parte mia c’è il desiderio di una comunità che fa festa, non per me, ma seguendo l’amore del Padre «perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. «E
cominciarono a far festa»: e lo faccia seguendo lo stile del Padre: senza misurare il suo amore. Il desiderio è che sia una festa della comunità che si raduna intorno all’Eucaristia, a Gesù che si fa pane, che prende ciò che nel nostro quotidiano gli diamo per farlo suo, per fare della nostra vita una vita di comunione seguendo il suo esempio. Così mi sento pronto del passo che sto compiendo, lo compio insieme a voi. Mi sento pronto ma poco capace: il prete non l’ho mai fatto…

Sono sicuro che in tutto questo né il Padre, ne voi mi lascerete solo, il Suo Spirito ci farà camminare ancora insieme nel suo nome.

Simone Riva