Toccante serata di riflessione, venerdì 22 marzo, nella chiesa parrocchiale di Merate. Protagonisti di un appassionato racconto i coniugi Sara e Carlo Alberto Caiani della comunità alloggio «Alla cascina» a Somasca di Vercurago. La serata è rientrata negli appuntamenti per la comunità meratese in preparazione della Pasqua.

Sara e Carlo innamorati della loro speciale famiglia

Genitori di tre figli naturali e di otto in affido, Sara e Carlo hanno raccontato la loro vita ripercorrendo a ritroso i grandi cambiamenti affrontati. Quella emersa è la storia di due giovani quarantenni, fidanzanti fin dall’adolescenza, che ad un certo punto hanno completamente ribaltato la loro quotidianità famigliare e lavorativa. «Io e Carlo Alberto siamo i classici figli che non hanno mai dato problemi ai loro genitori – ha spiegato Sara – erano soddisfatti di noi. Ci siamo laureati, abbiamo raggiunto posizioni lavorative stabili. Io in una banca di Milano e Alberto in una multinazionale con sede a Parigi. Tutto sembrava normale, tranquillo. Ma, ad un certo punto, ci siamo resi conto che ci mancava qualcosa».

Il virus del cambiamento

È stata Sara a innescare il «virus» del cambiamento, come ironicamente lo definiscono. «Vicino al mio luogo di lavoro c’era una casa gestita dai padri somaschi per donne vittime della tratta. Per caso ho iniziato ad interessarmi alla loro attività. Una sera, un padre di nome Ambrogio mi ha proposto di fare un’esperienza con lui sulle strade delle periferie milanesi: un’esperienza fortissima. C’erano soprattutto giovanissime ragazze nigeriane e dell’est europeo. Da quel momento ho iniziato a trascorrere sempre più tempo in associazione finché un giorno padre Ambrogio mi ha chiesto di lavorare con lui. E io ho accettato».

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L’insoddisfazione e la rinascita

Carlo Alberto ha condiviso sin dall’inizio la scelta della moglie. «In quel periodo lavoravo a Parigi ed ero lontano da mia moglie. Anch’io provavo una certa insoddisfazione, volevo qualcosa in più dalla mia vita. Quando Sara mi ha parlato della proposta di padre Ambrogio, ho lasciato che accettasse senza problemi. Io, per ragioni economiche, ho continuato però a fare il mio lavoro». Vent’anni fa l’ultimo grande sconvolgimento: la decisione di prendere servizio nella comunità alloggio – una casa famiglia in pratica – dove vivono e lavorano tutt’ora. «Entrambi cambiavamo mestiere. Inizialmente abbiamo portato solo i vestiti. Non pensavamo di stare lì chissà quanto. Invece, siamo diventati una famiglia speciale con tutte le fatiche del caso. Guardandoci indietro è stata la scelta migliore che potessimo fare. Non è facile gestire tutto quanto, abbiamo educatori ed amici che ci aiutano. Ma ciò che abbiamo ricevuto e che riceviamo da tutti i nostri ragazzi è qualcosa di incommensurabile».

Ma come si fa?

«Quando ci chiedono “Ma come fate con undici figli?” – hanno concluso i coniugi Caiani – noi rispondiamo: “Veniteci a trovare e capirete!”».