Ventuno medaglie d’onore nella Giornata della Memoria. Ventuno i lecchesi ai quali stamattina il prefetto di Lecco Liliana Baccari ha conferito la speciale benemerenza concessa dal Presidente della Repubblica agli italiani sopravvissuti alla terribile esperienza dei lager nazifascisti durante il secondo conflitto mondiale. L’annuale cerimonia si è svolta questa mattina, 25 gennaio, nell’auditorium della Casa dell’Economia, presenti numerosi classi di studenti, dalla primaria alle superiori.

Medaglie ad memoriam ma anche a chi è ancora vivo

Venti di queste benemerenze sono state naturalmente consegnate ad memoriam essendo i destinatari ormai scomparsi. Tutti tranne uno. Giuliano Maglia, 98 anni, di Esino Lario, era infatti seduto in prima fila. Ha dunque ritirato di persona, dalle mani del Prefetto, la medaglia, baciandola e mostrandola con lacrime di commozione alla platea. La sua storia, come anche quella degli altri venti ex soldati italiani, scampati alla disumana prigionia nei campi di lavoro coatto, ha ottenuto il prestigioso quanto meritato riconoscimento grazie alle ricerche di archivio di Augusto Amanti. Il valsassinese quest’anno si è infatti aggiunto alla cosiddetta schiera dei “trovatori di perle”, Alessandro Pirola di Colle Brianza e Mario Nasatti di Valmadrera, artefici negli scorsi anni  dell’ottenimento delle onorificenze.

“Dimenticare lo stermino fa parte dello sterminio”. Con questa citazione del regista francese  Jean Luc Goddard il prefetto Liliana Baccari ha invitato gli studenti in sala a tener desta la memoria dell’Olocausto. perchè furono anzitutto l’indifferenza dei molti a scaraventare milioni di persone prima nelal morte civile e poi nella morte fisica dei campi di sterminio.

Medaglie a chi, a dispetto delle persecuzioni, è tornato

La prolusione della mattinata è stata affidata al professore Andrea Bienati, studioso della Shoah e dei crimini contro l’Umanità. “La memoria non è un dovere ma una scelta. E per scegliere mi devo documentare” ha esordito il docente, dando merito anzitutto  a coloro che si sono opposti all’oblio dei numeri (quelli assegnati ai prigionieri per mutarli da uomini a “pezzi” di un magazzino). “Doveroso ricordare i 600mila internati militari italiani che per primi scelsero di fare resistenza al male”. E infatti i ventuno lecchesi premiati, attraverso ventuno storie diverse, hanno subito grandi sofferenze per non aver aderito, in un ben preciso momento storico, al Male.

“Sono ventimila i lager ovvero i luoghi in Europa dove gli uomini sono stati ridotti ad oggetti, ma anche dove gli uomini hanno resistito, nella consapevolezza di essere liberi di sognare, di avere un nome, una famiglia, amici, sentimenti, affetti, di sentirsi uomini” ha sottolineato il professore.  Liberi anche di ricordare il processo che li aveva portati nei lager. “Quando guardo chi è sopravvissuto al lager voglio ricordarlo non solo per quello che ha patito, ma anche per quello che ha vissuto dopo i soprusi patiti. Altrimenti avrebbe vinto il loro carnefice”.  E i ventuno lecchesi sono tutti sopravvissuti, si sono sposati, hanno avuto figli e nipoti che stamattina sono arrivati, emozionati, a ricordarli.

Rosario La Rocca, classe 1921, siciliano di Caltanisetta seppure dopo la guerra si trasferì in Brianza, a Barzanò, dove tuttora risiedono i suoi figli Angelo e Liborio che hanno ritirato la medaglia d’oro conferita  dal presidente della Repubblica. Era un contadino. lo mandarono in guerra è in Grecia finì prigioniero dei Tedeschi. restò in un campo di concentramento fino a quando gli alleati lo liberarono. nel 1947 si sposò. La sua discendenza oltre ai due figli conta tre nipoti. E’ morto  a novant’anni, nel 2011.

Nove medaglie a Barzio

Nove gli insigniti originari di Barzio, quantunque i loro famigliari oggi risiedano in altri paesi della Valsassina.

Giovanni Arrigoni, classe 1917. Nel 1941 fu arruolato in fanteria, come telefonista. Fu mandato sul fronte balcanico, nel Montenegro. All’indomani dell’armistizio, il 9 settembre 1943, fu tratto in arresto dai tedeschi. Deportato nel campo di lavoro di Dachau, oltre ai patimenti inflitti dai suoi aguzzi, scampò anche alla polmonite. A ritirare la sua medaglia il figlio Ermanno, accompagnato dal sindaco di Barzio Andrea ferrari e da quello di Introbio Adriano Airoldi.

Livio Arrigoni, classe 1915, era il fratello maggiore di Giovanni e il sesto di dieci figli. Nel 1936 entrò negli Alpinid el Battaglione Morbegno con i quali partì alla volta del fronte russo. Scampò alla grande ritirata, ma trovandosi nella caserma di Merano all’indomani dell’8 Settembre fu catturato dai tedeschi e deportato in un campo di lavoro in Germania. ne uscì liberato dagli alleati e tornò a casa nell’ottobre del 1945. Hanno ritirato per lui la medaglia ad’onore i tre figli, Adolfo, Flaminio e Giuseppina.

Natale Arrigoni, classe 1911, ha una storia incredibile. Arruolato nel 1935 nel VII Fanteria, passato poi all’VIII Fanteria, approdò nell’11° Battaglione Chiavenna distinguendosi come “ottimo sciatore”, assegnato a servizi speciali. Durò fino al settembre 1943. Al sciogliete le righe dell’Armistizio, scelse di tornare a casa sua a Barzio e di riprendere le armi come partigiano nella Brigata Rosselli. Le SS lo sorpresero ed arrestarono alla Baita Pesciola dei Piani di Bobbio. I soldati tedeschi lo fucilarono il 21 febbraio 1944, ma egli, incredibilmente sopravvisse. I partigiani lo trovarono che ancora respirava e lo portarono all’ospedale di Lecco. Neanche il tempo di rimettersi e tornarono i nazisti a prenderlo. La peregrinazione di carcere in carcere, iniziata a Pescarenico, toccando Bergamo e Milano, approdò al campo di concentramento di Sant’Agata a Bolzano. Da lì Natale Arrigoni fu deportato in Germania, a Flossenburg. Era il settembre 1944, vi rimase fino a quando arrivarono ad aprire i  cancelli i russi. Riuscì a tornare a casa il 12 luglio 1945. La sua medaglia l’ha ritirata la figlia Antonella Arrigoni.

Giuseppe Camozzini, classe 1923, valsassinese di Barzio, muratore e alpino del battaglione Morbegno. Nel 1943 cadde nelle mani dei tedeschi al Brennero e da lì finì deportato nel campo di Holstein in Germania. Fu rimpatriato nell’agosto del 1945.  L’onorificenza è stata ritirata dalla figlia Giancarla.

Analoga sorte per il compaesano e commilitone Angelo Canepari, classe 1923. La sua medaglia è stata conferita alla moglie Caterina Valsecchi.

Giovanni Combi, non aveva ancora compiuto vent’anni quando il 22 gennaio del 1941 fu arruolato nel °Artiglieria. Contadino, sciatore e ciclista, si trovava a Livorno quando l’esercito italiano l’8 settembre 1943 ruppe le righe. Tornò a casa a Barzio, dandosi alla macchia. La locale Brigata Nera  lo intercettò e arrestò a Cremeno, rinchiudendolo nel carcere di san Vittore. Nel 1944 fu deportato a Gusen dove fu impiegato in qualità di manovale dentro una polveriera. Il rimpatrio dopo la liberazione avvenne nel 1945. La sua medaglia resterà di ricordo ai nipoti Fabiola e Fabrizio che abitano a Ballabio e l’hanno ritirata insieme al sindaco Alessandra Consonni.

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Luigi Moneta, classe 1911, entrò nell’esercito italiano con la leva nel 1931. Fece carriera, da soldato scelto fino a caporale maggiore. Finì in croazia, a Fiume, dove venne catturato e deportato in Germania per poi essere messo a lavorare in una fabbrica di cemento di Hannover. Fu rimpatriato nel 1945. Il figlio Giampiero ha ritirato la medaglia.

Federico Paroli, classe 1920, panettiere, ciclista e sciatore, il 20 marzo 1940 partì a militare. Si distinse come sportivo, vincendo i campionati di sci dei Giovani fascisti. Faceva parte della squadra panettieri destinata al fronte balcanico, Montenegro, Croazia. Catturato nel dicembre 1943 finì in un lager beccandosi la tubercolosi. Il rimpatrio avvenne a fine guerra. I figli Dario e Mariangela che abitano a Valmadrera hanno ritirato la benemerenza insieme al sindaco Donatella Crippa.

Calimero Platti, classe 1922, l’ultimo benemerito di Barzio. Anche lui era un alpino del Battaglione Morbegno, contadino, ciclista e sciatore come riporta il suo cartellino compilato con l’arruolamento avvenuto il 3 settembre 1942. Un anno dopo, il 9 settembre 1943, i tedeschi lo arrestarono nella caserma di Merano mettendolo poi su un treno diretto a Buchenwald. Prigioniero di guerra, fu costretto a collaborare allo sforzo bellico del terzo Reich lavorando in una fonderia. Il prefetto ha consegnato la medaglia al figlio Martino e al sindaco di Pasturo Guido Agostoni. Ma la storia, come ha raccontato quest’ultimo, non finì semplicemente con una liberazione, avvenuta nel 1945. “Nel viaggio di ritorno ebbe la fortuna di reincontrare il fratello  che come lui era un ex deportato. Mentre cercavano di sfamarsi rubando delle patate in un campo, spararono loro addosso. Ammazzando il fratello…”.

Aldo Casiraghi era nato e cresciuto a Contra di Missaglia, località al confine con Casatenovo, nel 1924. fante mortaista, fu catturato a Bolzano nel 1943 e deportato nel campo di  Bremen, vicino ad Amburgo. sopravvisse e tornò nel 1945. La medaglia d’onore sarà custodita dai figli Livio, Ausilia e Antonia.

Mauro Benedetti, classe 1922, alpino del Battaglione Morbegno, fabbro, scampò alla ritirata di Russia e il 13 dicembre 1942  fu ricoverato con una diagnosi di congelamento agli arti nell’ospedale di  Bergamo e poi a Milano. I tedeschi lo catturarono nella caserma di San Candido nel 1943, deportandolo a Berlino. A ritirare la medaglia stamattina c’era la figlia.

A San Candido i tedeschi si presero anche Francesco Invernizzi, classe 1923, di Cremeno, alpino del Battaglione Morbegno, “mitragliatore”. Il valsassinese  fu deportato per lavorare in miniera. Dopo la liberazione si è sposato. Sul palco a ritirare l’onorificenza c’erano i suoi cinque figli, Franca, Luigi, Pietro, Valerio e Claudio.

Luigi Anghileri, lecchese di Lecco, era pur stato dichiarato “rivedibile” alla prima visita di leva che aveva sostenuto. Ma l’anno dopo, nel 1933, quando aveva 22 anni, lo arruolarono in Artiglieria. Con una mansione tutto sommato prestigiosa, “conducente a cavallo”. Sette anni, nel 1940, si ritrovò al fronte, in Albania. Finì anche lui prigioniero nel 1943, mentre si trovava di stanza in Montenegro. anche il lager dove fu destinato si trovava nell’ex jugoslavia, in Croazia. Il rimpatrio avvenne nel giugno del 1945, quando aveva ormai trentaquattro anni. Ha avuto quattro figli, Anna maria, Carla, Sergio e Maria Assunta.

Lorenzo Ticozzelli, classe 1920, di Pasturo. Nel 1940 fu arruolato nel 5° Alpini Vallintelvi, passando l’anno dopo nella divisione Sanità. Nel 1942 era in Montenegro, nel 1943 progioniero prima in Grecia e poi a berlino, nel campo di lavoro 3D. Ha ritirato la medaglia il figlio Alfredo insieme al sindaco Guido Agostoni.

Carlo Gianola, leva 1912, alpino. Congedato nel 1934 fu richiamato alle armi nel 1938 per essere destinato al fronte in Montenegro. Da lì nel 1942 passò in Grecia dove cadde prigioniero all’indomani dell’8 settembre, a Gianina. Ha ritirato la sua medaglia la moglie Ersilia Ambrosoni, con i figli Antonio e Candida, che lo videro tornare dalla prigionia in Germania (Berlino) nel 1945.

Rinaldo Gianola, classe 1923, tiratore scelto del 5° Alpini Battaglione Morbegno, fu catturato nel 1944 nella sua Premana, dove era riparato dopo l’8 settembre, durante i rastrellamenti dei tedeschi. Lo deportarono in Germania. Ha ritirato la medaglia il figlio Antonio che abita a Primaluna insieme al sindaco Mauro Artusi.

Ambrogio Artusi,  nato nel 1924, orfano di guerra, nel 1943 fu catturato ad Alba dove prestava servizio come fante. prigioniero di guerra in Germania, si trovò a lavorare come operaio meccanico in un’officina di auto. stamattina hanno letto una sua lettera al padre, spedita nel 1944. “Qui vedo tutti quelli di  Introbio ventiquattro ore al giorno…”. Ha ritirato la benemerenza la figlia Maria Rosa.

Ernesto Paroli, classe 1924, era originario di Cortabbio di Primaluna. Nel 27 agosto 1943 venne arruolato nel 5° Alpini Battaglione Morbegno. la permanenza nell’esercito italiano durò un paio di settimane fino all’8 settembre. I tedeschi lo catturarono nella caserma di Merano per portarlo in campo di concentramento. La medaglia è stata consegnata alle sue nipoti Marzia e Chiara di Introbio, paese nel quale si trasferì e fu anche consigliere comunale. Il sindaco lo ha ricordato per una celebre frase: “Ho tribolato in guerra ma sto tribolando anche in comune…”.

Infine Marco Crimella, classe 1919 di Valmadrera.  Nel 1940 entrò nella regia Aeronautica. Impiegato sulla frontiera alpina occidentale e presso l’aeroporto di Lonate Pozzolo, venne poi fatto prigioniero dai tedeschi in Francia, a Tolone.  Lo deportarono in Germania, a lavorare in una fabbrica di Trier (Treviri). venen liberato dagli Americani il 19 marzo 1945. Ha ritirato la medaglia la figlia Antonia accompagnata dall’assessore di Galbiate Amabile Milani.