Decreto Sicurezza: Lecco ha sete di sapere quali saranno le conseguenze sul territorio. Lo ha ben  dimostrato il folto pubblico (Sala Ticozzi gremita al di là delle più rosee aspettative degli organizzatori) che nella serata di ieri, giovedì 17 gennaio ha preso parte alla  serata promossa da  Anpi provinciale di Lecco, Arci Spazio Condiviso, DinamoCulturale, Les Cultures, Comunità Il Gabbiano Onlus, ARCI Lecco, Qui Lecco Libera, Comitato Noi Tutti Migranti, CGIL, CISL, UIL, ANOLF, ANPI, ARCI, Ass. Senegalesi di Lecco, Circolo Arci Lezioni al campo, Comunità Via Gaggio, L’altra Via, Mani Tese, Pax Christi, Rete Radiè Resh sulle nuove norme nel campo dell’immigrazione introdotte dal decreto che porta la firma del ministro Matteo Salvini (Sul Giornale di Lecco in edicola da lunedì una pagina speciale dedicata alla serata con tutti gli approfondimenti).

 

Il presidente dell’Anpi Lecco

A introdurre la serata è stato Enrico Avagnina che ha posto l’accento sul contrasto tra la nostra Costituzione e le nuove norme invocando di fatto una reazione da parte della società civile. “Come durante il Fascismo una minoranza di persone  riuscì a ridare dignità a un  intero Paese,  dopo il disastro morale in cui era stato trascinato così anche oggi una minoranza di donne e uomini di alta coscienza può riscattare il nostro paese” (vedi video in apertura)

Addio protezione umanitaria

All’incontro, organizzato con il patrocinio del Comune di Lecco e coordinato da Duccio Facchini, hanno partecipato l’avvocato Giulia Vicini, socio dell’Associazione studi giuridici sull’immigrazione, che ha illustrato nel dettaglio le novità introdotte dal provvedimento del Governo Gialloverde a partire dalla totale abolizione della protezione umanitaria e all’introduzione di una visione estremamente restrittiva nel campo della tutela dei diritti fondamentali dell’uomo garantiti dalla nostra Carta e dal diritto internazionale. Aspetto che è stato messo in luce anche da Brizida Haznedari, operatrice della cooperativa L’Arcobaleno di Lecco. “Senza protezione umanitaria vengono meno una serie di diritti fondamentali come la possibilità di iscriversi all’anagrafe dei comuni, quella di accedere a bandi per la residenza, quella di iscriversi ai centri per l’impiego, quella di avere un assistenza sanitaria…”

Crolla i sistema di accoglienza sul territorio lecchese

Ma tra gli aspetti fondamentali emersi durante la serata c’è quello messo in luce soprattutto da Filippo Galbiati, primo cittadino di  Casatenovo e presidente dei sindaci del distretto di Lecco. “Lecco ha creato un modello di accoglienza virtuoso che ora, a causa del decreti Sicurezza, sta crollando. E a pagarne le conseguenze saranno i Comuni e quindi tutti i cittadini. Ciò sia da un punto di vista prettamente economico, quanto da quello della sicurezza a causa delle persone che il decreto porterebbe in strada”.  Un rischio concreto che però Lecco non vuole correre. “Non non vogliamo comunque lasciare in strada nessuno” ha sottolineato Galbiati che di fatto ha già dato una prima risposta all’appello lanciato dai promotori della serata che riportiamo integralmente.

Le conseguenze del Decreto Sicurezza a Lecco

“Come ha ben sintetizzato la rivista Questione Giustizia “Il decreto legge 113/2018 (cd. decreto Salvini), convertito con l. 132/2018, rivela un disegno unificatore, lucido e crudele: colpire gli emarginati, privandoli di dignità e diritti”.
L’attacco ai diritti, la violazione dei principi della Costituzione e la promozione dell’intolleranza, in atto nel nostro Paese, ci indignano e preoccupano. Così come la trattazione congiunta di immigrazione e sicurezza nel decreto, operazione che ha “l’evidente obiettivo di indurre (o consolidare) la convinzione che i responsabili dell’insicurezza diffusa sono i migranti e di contribuire alla realizzazione di un nazionalismo autoritario” (Livio Pepino).
Le conseguenze del decreto legge in materia di immigrazione e sicurezza, con le dovute distinzioni di contesto, sono e saranno drammatiche anche nella provincia di Lecco. Si pensi ad esempio all’allontanamento di persone meritevoli di protezione dai circuiti dell’accoglienza, all’aggravarsi di situazioni di marginalità, esclusione e vulnerabilità sociale, alla creazione di un inefficiente sistema “parcheggio” concentrato in centri di grandi dimensioni con drastica riduzione di servizi, a danno del modello di accoglienza diffusa, smantellato dal Governo”.

L’appello agli amministratori

“Ci appelliamo quindi a tutti gli amministratori locali del territorio -chiamati dalla Costituzione sulla quale hanno prestato giuramento ad adempiere alle proprie funzioni pubbliche con disciplina e onore- a promuovere ogni iniziativa che conduca a un ripensamento politico e ogni azione, anche giudiziaria, idonea ad abrogare le norme ingiuste contenute nel decreto o a farne dichiarare dalla Corte costituzionale l’illegittimità. L’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (ASGI) -attiva dagli anni 90 a livello nazionale e locale nell’analisi e nello studio della disciplina della condizione degli stranieri asilanti e migranti presenti sul territorio, dell’evoluzione normativa e nella tutela dei diritti- ha già annunciato la propria “completa disponibilità a fornire il pieno appoggio e il pieno sostegno” a iniziative di questo tipo: pensiamo sia un’opportunità preziosa da approfondire e raccogliere.
 Accanto a questo invitiamo gli amministratori del territorio ad attivarsi per istituire e rafforzare ulteriormente progetti di accoglienza diffusa, con particolare attenzione agli “esclusi” dal sistema nazionale (tra i quali richiedenti asilo, titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari, titolari di permesso di soggiorno per protezione speciale (regime transitorio)), e a promuovere l’organizzazione di corsi di italiano e di formazione professionale , siano questi fuori o dentro i centri di accoglienza. Potrebbe inoltre essere utile organizzare momenti pubblici di informazione e dibattito sui contenuti e sul quadro di riferimento del decreto.
Alla luce di quanto avvenuto a Napoli, Parma, Palermo e in altre città, a proposito dell’iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo, invitiamo i sindaci e gli assessori comunali competenti della provincia di Lecco a emanare tutti i provvedimenti possibili utili a consentire la assoluta parità di diritti dei richiedenti asilo, nell’ambito della normativa vigente. Chiediamo quindi che vengano impartite istruzioni precise ai propri uffici circa il diritto del richiedente di accedere a tutti i servizi (pubblici e privati) erogabili sul territorio comunale (corsi di formazione, di istruzione, Centro per l’impiego, nidi, scuole, banche e quant’altro), facendo applicare rigorosamente l’art. 5, co. 3 d.lgs 142/2015. Che recita: “L’accesso ai servizi comunque erogati sul territorio ai sensi delle norme vigenti è assicurato nel luogo di domicilio”.

 

Ci appelliamo infine alla prefettura di Lecco in riferimento ai provvedimenti di cessazione delle misure di accoglienza presso i CAS adottati nei confronti di titolari di permesso di soggiorno per motivi umanitari (anche donne con bambini) a seguito di domanda presentata anche prima del 5.10.2018, data di entrata in vigore del decreto.
Come Asgi ha già segnalato alla prefettura di Potenza (e non solo), è errato sostenere che il decreto legge abbia escluso la possibilità di trasferire negli SPRAR i titolari di permesso di soggiorno per richiesta asilo o protezione umanitaria.
Infatti ASGI afferma che “coloro che avevano presentato domanda di protezione internazionale prima del 5.10.2018 avrebbero avuto pieno diritto di accedere allo SPRAR e solo un fatto contingente (persistenti deficienze organizzative della pubblica amministrazione), non da loro dipendente, quale la mancanza di posti disponibili ha impedito che nei confronti di parte dei richiedenti asilo la norma (art. 14 d.lgs. 142/2015) trovasse piena e corretta applicazione. Ma ciò non significa che queste persone non abbiano diritto di accedere allo SPRAR oggi o, comunque, che alle stesse non debba essere garantito, pur dentro una struttura diversa, il godimento di diritti identici a quelli di chi era già accolto o trasferito in un centro afferente allo SPRAR, perché il diritto all’accesso nel sistema è sorto al momento della presentazione della domanda di protezione”.