L’Africa a Valmadrera con il racconto della dottoressa  Marina Anghileri medico valmadrerese attualmente in Mozambico per un progetto con l’Ong Medici con l’Africa Cuamm. La dottoressa Anghileri,  tornata per pochi giorni in Italia, ha portato la sua preziosa testimonianza martedì sera al  Centro Culturale Fatebenefratelli di Valmadrera  dove si è svolto l’incontro  intitolato “Racconti dal Mozambico”.

L’Africa a Valmadrera

La serata è stata introdotta da Massimo Manzoni, dell’Associazione Cuamm Lecco, che ha brevemente descritto scopi e attività di Medici con l’Africa Cuamm ed ha raccontato della costituzione, nell’ormai lontano 1997, del gruppo di appoggio lecchese – fondato da alcuni volontari del territorio rientrati da esperienze africane con il Cuamm – con l’intento di sostenere i progetti del Cuamm, in particolare quelli in cui sono impegnati volontari lecchesi, e di promuovere una cultura di solidarietà in ambito locale.

“Beppe Silveri e le Missioni”

Ha preso poi la parola l’assessore Antonio Rusconi facendosi portavoce dell’Amministrazione Comunale e della comunità valmadrerese tutta ringraziando il Cuamm per la sua testimonianza fatta della concretezza dei gesti e ricordando il sostegno del fondo “Beppe Silveri e le Missioni”.

Gli scambi Italia-Africa

Dopo aver ringraziato a sua volta l’Amministrazione Comunale e la Parrocchia per il continuo sostegno alle iniziative del Cuamm, Manzoni ha dato avvio ad un breve filmato che ha narrato la vita del Cuamm dalla sua nascita nel 1950 con l’invio dei primi medici in Africa, con gli scambi Italia-Africa, i progetti di lunga durata in collaborazione con personale e istituzioni africane, la presenza in numerose università italiane e la missione di realizzare il diritto alla salute fino “all’ultimo miglio”, là dove normalmente essa fatica ad arrivare.

L’impegno per le donne e i bambini

E’ stata quindi la volta della dottoressa Anghileri che ha raccontato la propria esperienza nella provincia di Cabo Delgado, una delle più povere situata nell’estremità settentrionale del Mozambico, in un progetto di Medici con l’Africa Cuamm a sostegno della salute materno-infantile.

Toccante la sua descrizione della condizione dei neonati che per le prime settimane di vita “non esistono”, “non sono nulla”, fino a che non c’è la ragionevole speranza che sopravvivano: solo allora hanno un nome e vengono considerati persone, individui e non “un’appendice della madre”.

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Per cambiare questa realtà il Cuamm si sta impegnando a realizzare servizi materno-infantili efficaci coadiuvando le istituzioni sanitarie mozambicane, agendo sulla componente sanitaria con i mezzi e la formazione del personale e coinvolgendo infine la comunità tutta, organizzando controlli periodici dei neonati e facendo educazione sanitaria alle neomamme.

Le grandi difficoltà

Via via che il racconto della sua esperienza si svolgeva, arricchito dalle numerose fotografie, gli ascoltatori venivano a conoscenza delle condizioni assolutamente diverse dalle nostre in cui ci si trova a fare sanità, scontrandosi con la limitatezza dei mezzi a disposizione, l’insufficienza del numero di medici rispetto alla popolazione o all’estensione del territorio, addirittura l’impossibilità a volte di raggiungere i centri abitati durante la stagione delle piogge, quando le strade si allagano.

E quindi oltre ad organizzare degnamente gli ospedali centrali il Cuamm va nei “centri di salute” sparsi nel territorio, magari dove manca l’acqua perché le pompe sono guaste e dove ci sono infermieri ma non medici; lì  si cerca di fare formazione alle levatrici tradizionali insegnando loro come riconoscere quando un neonato ha problemi e quindi va inviato con la sua mamma al più vicino ospedale, magari richiedendo l’intervento della motoambulanza, un trabiccolo certamente non confortevole ma che può arrivare, pian piano, là dove non arriva l’ambulanza.

E’ per uno di questi centri di salute, quello di Linde, 30000 abitanti senza un centro maternità, che Marina Anghileri insieme con il Cuamm sta cercando fondi: la realizzazione di una maternità lì non rientra nel progetto iniziale ma ce n’è proprio bisogno vista la lontananza e l’isolamento di questo “ultimo miglio”.

Le gioie

E nonostante le difficoltà, la vista delle infermiere sorridenti dopo il completamento del corso di formazione o la festa delle persone del villaggio alla vista del neonato tornato a casa sano insieme con la sua mamma fanno capire che si vuole e si deve andare avanti con fiducia.