Non partì per la guerra per un soffio. Soltanto qualche mese in più di combattimenti e avrebbe dovuto lasciare la sua casa senza sapere se vi avrebbe fatto ritorno. Ma questo non significa che per lui quegli anni non furono allo stesso modo logoranti: bombardamenti, fucilazioni e ingiustizie. I suoi occhi non furono risparmiati da tutto questo scempio. E’ una memoria storica per l’intero Paese la testimonianza di Giuseppe Ghisleni, 92 anni ad aprile, nato a Sotto il Monte nel 1927 ma residente a Carvico dagli anni Sessanta.

Testimone della Seconda Guerra Mondiale

Quando la Germania nazista invase la Polonia, nel ‘39, lui aveva solo 12 anni. La sua giovane età lo risparmiò quindi dalla partecipazione al conflitto armato. Gli orrori della seconda guerra mondiale raggiunsero però anche lui e lo posero di fronte ai retroscena più tristi che un ragazzino della sua età avrebbe mai potuto affrontare. «Sono stati anni veramente duri – ha raccontato con grande emozione – Tanti gli amici che ho visto partire senza più tornare. Bastava davvero poco e sarei stato arruolato anche io: gli ultimi ad essere chiamati alle armi sono stati i nati nel ‘25 e nel ‘26… I prossimi saremmo stati noi della classe 1927».
Tuttavia, la guerra raggiunse anche lui. «Ho visto con i miei occhi gli aerei tedeschi mentre provavano a bombardare il ponte di Paderno – ha continuato come se rivivesse la scena nella sua mente – si avvicinavano a terra e tentavano di farlo crollare. Ma non ci riuscirono».

La rappresaglia contro i partigiani

Ghisleni fu testimone anche di numerose ingiustizie. «Un giorno a Terno d’Isola vidi i tedeschi raggruppare sette partigiani davanti al cimitero e poi fucilarli senza pietà», ha raccontato. Un’altra volta, invece, «si presentarono tre fascisti alla chiesina di Santa Barbara sul Monte Canto, perché avevano scoperto che il parroco dava rifugio ai partigiani. Gli puntarono contro il fucile, ma lui non si fece prendere dal panico e, aprendosi la tunica in segno di sfida, urlò loro: “Uccidetemi se ne avete il coraggio!”. Quelli, allora, rimasero immobili e subito dopo scapparono. Prima che scomparirono alla vista, però, il prete aggiunse: “Andate via, miserabili”, una sorta di maledizione che terrorizzò uno dei tre fascisti a tal punto da spingerlo a non ripresentarsi mai più. Lo posso dire con certezza perché frequentavo il Canto molto spesso, era un po’ come la mia seconda casa».Insieme al parroco, anche a lui e alla sua famiglia era capitato di offrire ristoro e protezione ai partigiani. Come ha spiegato, infatti, «avevano fame e venivano da noi in cerca di aiuto. Così ci facevamo dare una mano sui campi in cambio di un pasto e la sera li facevamo dormire nel fienile».

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Il grano nascosto nei fienili

Allo stesso tempo, il fieno diventava un nascondiglio anche per il grano. Perché in quegli anni le regole erano talmente severe che il raccolto non poteva superare una certa quantità, altrimenti erano guai. E, così, in casa Ghisleni accadde che «un giorno i tedeschi e i fascisti arrivarono per un controllo e nel fienile trovarono otto chili di grano in più di quanto consentito dalla legge. Ce li sequestrarono e ci mandarono a processo al tribunale di Ponte San Pietro. Fummo condannati e costretti a pagare una multa, ma noi non avevamo soldi a sufficienza e dovemmo farci aiutare dai fratelli di mio papà». Furono anni durissimi, durante i quali la fame e la paura presero il sopravvento su ogni cosa. Ma alla fine i combattimenti finirono e finalmente, come ben ricorda Ghisleni, «i carri armati dei tedeschi sfilarono in ritirata per una decina di giorni attraversando Carvico, per poi andarsene definitivamente».

Ricominciare da zero

A quel punto la gente non poteva far altro che ricominciare da zero. Il 29 novembre 1947, ormai ventenne, il giovane partì per la leva militare e venne arruolato nel sesto Reggimento Alpini del comando di Merano. Lì vi rimase fino al 20 luglio 1949, quando tornò a casa e iniziò a cercare un’occupazione. «Trovai lavoro come minatore all’Italcementi di Calusco d’Adda – ha spiegato – dove stavo tutto il giorno a cento metri sottoterra. Io e i miei colleghi estraevamo la marna dal terreno, la caricavamo su un treno diretto all’industria di Calusco e, una volta arrivata a destinazione, la roccia veniva utilizzata per produrre il cemento».
Anche quelli furono anni molto duri e tristi per lui, oltre che molto pericolosi. «Lavoravamo dalle 6 alle 22 e c’era sempre il rischio che la terra ci franasse addosso, seppellendoci vivi. Una volta all’anno, inoltre, dovevamo pulire i pozzi, ma tutti si rifiutavano. Quindi ci offrivano un aumento di paga e solo allora, noi che avevamo bisogno di soldi, accettavamo. Ho fatto questa vita per 28 anni, inalando così tanta polvere da ammalarmi di silicosi, tant’è che a 58 anni sono stato dichiarato invalido e ho smesso di lavorare».

Il tesseramento con gli Alpini

Attualmente Giuseppe Ghisleni ha cinque figli, 14 nipoti e 9 pronipoti, mentre un altro è in arrivo. Ad aprile compirà 92 anni ed è a questa invidiabile età che ha deciso di entrare nel gruppo Alpini di Carvico. La proposta è arrivata direttamente dal presidente Gianmario Brembilla e lui l’ha accolta con gioia. Il tesseramento si è concluso giovedì scorso a casa sua ed è un grande onore per l’associazione intera avere un membro con un vissuto storico così importante.