Genitori come trottole impazzite che rimbalzano freneticamente da un impegno all’altro.
A questo pensavo, mercoledì scorso, immersa in un marasma che sarebbe parso perfino divertente se non fosse stato drammaticamente grottesco. Scenario dei fatti, le scuole medie Manzoni dove si stavano svolgendo le elezioni dei rappresentanti dei genitori. Una formalità che si ripete ogni anno secondo un protocollo che prevede in ogni classe l’apertura di un seggio, la nomina di un presidente e di due scrutatori, la scelta dei candidati e lo spoglio delle schede.
Comincerò con il dire che a questa operazione ha partecipato mediatamente un terzo (nelle classi più fortunate la metà) dei genitori degli alunni di ciascuna classe.

Genitori non  certo accorsi in massa

L’ora fissata, a metà pomeriggio, gli impegni lavorativi e le incombenze familiari certo non hanno favorito la presenza in massa di mamme e papà.
Non che per quelli presenti sia stato meno faticoso essere lì: seduti a metà sulle sedie, pronti a schizzare fuori (chi per portare il figlio a calcio, chi per andare a prenderlo dalla nonna, chi per non lasciarlo solo a casa), anche i pochi genitori presenti ne avevano una per capello.

Le “vittime scarificali”

Va da sé che scegliere i rappresentanti dei genitori in queste condizioni equivale il più delle volte ad eleggere la vittima sacrificale disposta a sobbarcarsi un impegno in più, in aggiunta ai troppi che già ci sono. Anche se è vero, e va ammesso, che ci sono classi virtuose con addirittura tre o quattro genitori che spontaneamente si immolano per il bene comune, il più delle volte la scelta dei candidati è una caccia alla pecora nera, con i genitori che fanno a gara a fare l’elenco dei figli e degli impegni che hanno per giustificarsi dell’impossibilità di assumersi la carica di rappresentante.

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I soliti volenterosi

Mercoledì scorso anche i più recalcitranti si sono comunque lasciati convincere alla fine a candidarsi. Imbucata la scheda nell’urna ricavata in una scatola di scarpe, molti genitori hanno tuttavia infilato fulminei la porta, lasciando baracca e burattini (le scatole con le schede da aprire, i verbali da compilare e i fogli da firmare) nelle mani dello sparuto gruppetto di genitori che si è prestato a tenere aperto il seggio allestito nell’Aula rossa. Se non fosse stato per questa manciata di mamme e papà, che si contano sulle dita di una mano (e che sono quelli e sempre solo quelli), l’elezione dei genitori non si sarebbe potuta fare (il dirigente scolastico ha comunque dovuto tribolare non poco per mettere in regola le situazioni che non lo erano).

Tutto questo per dire cosa?

Anzitutto che gli adulti, noi genitori, siamo tutti spaventosamente stressati e snervati, ridotti come siamo a vivere come trottole che rimbalzano impazzite da un impegno all’altro. E poi che nel mazzo, c’è per fortuna ancora qualcuno, che avrà pure una vita meno complicata della media, ma che ancora riesce a tirare fuori la testa dal marasma e a prendere fiato per interessarsi della cosa comune e dare una mano a chi non ce la fa.
«Bisogna andare più piano», aveva invitato qualche giorno fa il sindaco di Milano. Aveva ragione, bisogna andare più piano, altrimenti ci sfracelleremo per davvero contro i muri invisibili di cui abbiamo circondato la nostra frenetica vita.

Sabina Zotti