Presentato ieri pomeriggio lo studio epidemiologico commissionato su istanza di alcuni sindaci di Silea. La presenza del forno inceneritore dei rifiuti a Valmadrera non incide in maniera significativa sulla salute di chi abita nel raggio di 13 chilometri. Non c’è relazione provata tra residenza nelle aree dove ricadono i fumi emessi dall’impianto e l’insorgenza di patologie ad essa correlabile. Con però una eccezione: i tumori al fegato e alle vie biliari. Di questa malattia si è infatti riscontrato un eccesso che riguarda i residenti nelle aree a più elevata ricaduta dei fumi. “Il che merita un approfondimento  sulle possibili cause”.

Ecco l’atteso studio epidemiologico

Questa in estrema sintesi il risultato dello studio epidemiologico avviato il 9 maggio 2016 e concluso entro la prevista scadenza di dicembre 2018. La sua realizzazione è frutto di una collaborazione tra l’agenzia per la tutela della Salute (Ats) della Brianza, il Centro di epidemiologia dell’Università di Torino e la società di ingegneria Tecno Habitat che ha realizzato il modello di dispersione delle emissioni dal camino dell’inceneritore. E su quest’ultimo documento si è particolarmente concentrata l’attenzione nell’ambito della conferenza di presentazione organizzata nella sede di Silea, partecipata da numerosi sindaci e amministratori del territorio, oltre che dalla stampa. Questo per via dello “alternativo” (e indipendente) modello di ricaduta dei fumi presentato qualche giorno prima (venerdì scorso) a Palazzo Falk da Coordinamento Lecco Rifiuti Zero.

Due modelli di ricaduta

Due modelli del tutto analoghi per quanto riguarda l’estensione di territorio indagata e il software utilizzato per elaborazione dei dati (Calpuff). Eppure molto diversi per quanto riguarda il risultato, ovvero il disegno delle curve di ricaduta delle emissioni dell’inceneritore. Quello del Coordinamento ha individuato zone ad alta ricaduta in cima al Barro, a Civate, ad Oggiono e nell’Oggionese. Quello elaborato da Tecno Habitat non presenta invece zone critiche così distanti dal camino dell’inceneritore.

Il modello di dispersione del PM10 in uscita a camino elaborata da Tecno Habitat
La mappa di ricaduta dei fumi elaborata da Servizi territorio per conto di Coordinamento lecchese Rifiuti Zero illustrata da Gianni Gerosa venerdì 30 novembre a palazzo Falk

Le differenze metodologiche

Una differenza finale che risulta da una serie di differenze di metodo. Analoga, come detto, l’area analizzata, un quadrato di 13 chilometri per 13, con un “passo di griglia” di  66 metri, al centro il camino dell’impianto inceneritore di rifiuti di Valmadrera. Diversi invece i dati meteo presi in considerazione. “Servizi Territorio ” (la società incaricata da Coordinamento lecchese Rifiuti Zero) ha utilizzato quelli forniti dalla centralina Arpa di Valmadrera, ma anche quelli di Arpa Emilia Romagna  relativi all’andamento dei venti in quota. Soprattutto ha utilizzato i valori effettivamente rilevati nell’arco temporale lungo un anno, tra il 2017 e il 2018.  “Tecno Habitat” ha invece estrapolato la mappa da tutti i dati disponibili forniti dalla sola centralina valmadrerese, dal 2006 al 2016. Undici anni nel corso dei quali ci sono però dei “buchi” temporali, periodi cioè in cui i dati non sono stati per varie ragioni (guasti, standby di manutenzione, etc) registrati. Si è supplito alle lacune calcolando la media matematica. Così alla fine si è ottenuto un “anno virtuale” su cui andare a confrontare i dati sanitari.

 

da sinistra Marco Vuono di Tecno Habitat e gli epidemiologi Cavalieri D’Oro e Cristiano Piccinelli

Martedì “Pastrocchio” o il modello migliore?

Commentando il modus operandi seguito dall’incaricato di Silea,  l’ingegner Daniele Fraternali di Servizi Territorio aveva parlato di “pastrocchio”. “Il nostro modello è di fatto uno strumento di indagine più accurato perché ha fatto uso di dati meteo rilevati in maniera continuativa e coerente” aveva spiegato a Palazzo Falk l’esperto ingaggiato da Rifiuti Zero insieme all’epidemiologo Paolo Crosignani. Martedì Marco Vuono, ingegnere di Tecno Habitat, sostenuto dall’esperto di epidemiologia ambientale Ennio Cadum (Arpa Piemonte),  ha replicato sottolineando i punti di forza della proprio lavoro. Anzitutto la collaborazione con Arpa Lombardia per verificare se il metodo utilizzato per la stima delle concentrazioni di inquinanti fosse appropriato per la realtà di Valmadrera. “Si tratta di una valle” ha ribadito. “Si è ritenuto che la scelta ottimale fosse quella di estrapolare dati locali piuttosto che prenderli da modelli costruiti da stazioni lontane nella pianura padana” ha spiegato.

Gli esperti di epidemiologia garanti della validità scientifica dello studio: il professor Francesco Donato (università di Brescia) e il dottor Ennio Cadum (Università di Torino

Polveri sottili anziché l’ossido d’azoto

Altra differenza il “tracciante”, ovvero la sostanza inquinante contenuta nelle emissioni dell’inceneritore che si è seguita per vedere dove queste di disperdono e in quale concentrazione.  Lo studio di Silea ha scelto le polveri sottili, il Pm10. Quello di Rifiuti Zero ha considerato oltre alle polveri, anzitutto l’ossido di azoto. A questo proposito Cadum ha osservato che un gas si propaga in maniera più ampia delle polveri, ritenute in ogni caso un miglior tracciante, anzitutto perché contengono le sostanze effettivamente nocive per la salute, come i metalli. “Questo è un lavoro di buona qualità. In Italia è tra quelli che hanno considerato un maggior numero di dati in maniera approfondita e corretta. Senz’altro è uno dei migliori studi fatti in Italia” ha dichiarato il professore, garante scientifico dello studio epidemiologico (insieme al professor Francesco Donato dell’Università di Brescia), promuovendo a pieni voti lo studio epidemiologico sul tavolo.

I tumori al fegato

Quanto all’eccezione costituita dai tumori al fegato, “vi è un margine di dubbio e non si può dire che sia causato dalla presenza dell’impianto” ha affermato Cadum. “Magari è la combinazione di fattori diversi, che in quell’area sono più frequenti che altrove. Proprio per capire se si tratta di una causa piuttosto che di un’altra, questa evidenza è meritevole di ulteriori approfondimenti”. Come ha ulteriormente spiegato l’epidemiologo autore dello studio Luca Cavalieri d’Oro (Ats Brianza) questa categoria di tumori possono essere anche secondari, ovvero causati da epatiti virali che sono a loro volta degenerazione di cirrosi epatica. Il suo collega Cristiano Piccinelli ha mostrato, attraverso mappe geografiche che visualizzano quale sia l’incidenza delle patologie tumorali nei territori dei singoli comuni dell’Ats Brianza, come ci siano ad esempio più casi in Valsassina che attorno all’inceneritore di Valmadrera. Insomma, una mappa a macchia di leopardo. “Il tumore al fegato viene studiato da anni in relazione alla presenza di inceneritori” ha poi spiegato il dottor Francesco Donato. “Nella Terra dei Fuochi l’eccesso di tumori al fegato è stato confermato per il 70% come causato dal virus della epatite C” ha aggiunto. “Le cause a volte sono diverse da quelle ambientali, ma per meglio capire bisogna andare ad indagare” la chiosa prudenziale.

Leggi anche:  Garlate: 12enne sospeso per un mese dallo scuolabus

La coorte storica e i dati sanitari

“Opportuno precisare che le concentrazioni di Pm10 complessivo, misurate in continuo nell’area in studio dalle centraline di monitoraggio di Arpa Lombardia, si attestano intorno ai 30 microgrammi/m3 (media annua), e sono dunque quasi mille volte superiori rispetto a quelle emesse dall’impianto di incenerimento e che, nell’area di maggiore ricaduta, si attestano intorno a 40 nanogrammi per metro cubo” ha spiegato Cristiano Piccinelli (Università di Torino), coautore dello studio. Lo stesso ha illustrato anche la “coorte storica retrospettiva”, ovvero il modello utilizzato dallo studio epidemiologico, basato sulla storia residenziale della popolazione nell’area (fornita dalla anagrafi comunali) e sui dati della sua salute dal gennaio 2003 al dicembre 2015 (provenienti dalla nuova anagrafe sanitaria regionale, NAR).

Ai soggetti della coorte è stato attribuito un livello di esposizione sulla base del modello di dispersione sviluppato da Tecno Habitat. L’Ats Brianza, titolare delle informazioni sanitarie ha fornito le stesse in forma anonima, elaborando cinque flussi informativi:  Stato di vita (NAR); cause di decesso (registro nominativo delle cause di morte dell’Ats Brianza), morbosità per cause (schede di dimissione ospedaliera, SDO), incidenza di patologie tumorali (registro dei tumori dell’Ats Brianza), certificati di assistenza al parto (Cedap) per valutare potenziali effetti sulla salute perinatale.

Centomila soggetti indagati

Sono stati considerati tutti i soggetti che hanno risieduto almeno per un anno nell’area di studio a partire dal 1° gennaio 2003, oltre centomila. Le analisi sono state condotte separatamente per uomini e donne.  Si sono confrontati i residenti in aree ad alta e media esposizione con quelli in aree a bassa esposizione.  I risultati dello studio non evidenziano effetti sulla salute per le patologie associate all’esposizione a emissioni di inceneritori negli studi più recenti, e metodologicamente più validi, quali linfomi non-Hodgkin, sarcomi dei tessuti molli, malattie cardiovascolari e respiratorie. Si evidenziano alcuni eccessi presenti nella popolazione residente nell’area, che riguardano tuttavia tutte le malattie la cui plausibilità di associazione eziologica con l’inquinamento derivante dall’impianto di incenerimento è molto bassa, come nel caso dei tumori al fegato , o inesistente, come nel caso dei tumori della pleura”. Questa la conclusione.

I costi dello studio

Lo studio  epidemiologico è costato circa 140mila euro. I Comuni  che hanno partecipato alla sua commissione sono Annone, Civate, Galbiate, Lecco, Malgrate, Suello e Valmadrera. Quelli più prossimi all’inceneritore di rifiuti gestito da Silea. “E’ stato un lavoro lungo” ha riepilogato il sindaco di Valmadrera Donatella Crippa. ” Abbiamo chiesto questo studio per valutare lo stato di salute dei nostri concittadini ritenendo corretto supportare le istanze avanzate dalla popolazione e dal mondo dell’associazionismo” ha ribadito.

L’appello di Crosignani

Ma resta un’altra istanza, o meglio alla “sfida collaborativa”. Quella  avanzata ad Ats Brianza dal professore Crosignani (pater dell’omonimo metodo di analisi epidemiologica): mettere   a disposizione i dati sanitari perché possano essere incrociati anche con il modello di ricaduta fatto elaborare da Coordinamento Lecco Rifiuti Zero. Questo un po’ nello spirito che “two is better than one”.  Una mezza risposta è arrivata, ieri, da Cavalieri d’Oro che lavora appunto per l’Ats: “Il problema dei dati sanitari è che hanno un vincolo della privacy”. Vero è che Crosignani  e Rifiuti Zero vanno ripetendo che questo non è così vero: i dati possono anche essere messi a disposizione anonimi.  Vero anche che il Coordinamento ha messo la sua mappa delle ricadute dei fumi, costata 4mila euro,  “a disposizione di chiunque voglia usarla”. Anche di Ats. “Noi non l’abbiamo ancora ricevuta – ha detto l’epidemiologo – In teoria si potrebbero applicare ad essa i dati sanitari. In realtà questo avrebbe un costo”. Tradotto in parole povere: si potrebbe fare soltanto se ne valesse la pena.