Ogni storia ha il suo volto, ogni nome (che qui non viene riportato per ovvie ragioni) ha un prima e un dopo: in mezzo la denuncia come punto di partenza di un percorso che talvolta può concludersi anche bene. Patrizia Gilardi racconta di due donne, entrambe accolte a Merate: «La prima subiva maltrattamenti dal compagno davanti al figlio, e le veniva impedito di fare determinate cose: arrivava perfino a non darle da mangiare, o a farla dormire su un materasso per terra. L’altra donna, originaria del sud est asiatico, viveva una situazione di grave isolamento sociale in famiglia poiché aveva avuto un bambino fuori dal matrimonio. Con entrambe ci siamo mosse offrendo un sostegno psicologico, inserendo poi subito i figli al nido: questo ha permesso loro di concentrarsi, anzitutto, su di sé, come donne. Entrambe avevano grandi risorse personali, ma pure una enorme fragilità».

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Poi, col tempo, si è attivato un progetto di housing: questo permette loro di vivere al di fuori della comunità, seguite da un operatore solo in determinati momenti della giornata. Così possono ottenere una maggiore autonomia. Alla fine si arriva anche all’inserimento nel mondo del lavoro».
Questo è il percorso che ci si augura di effettuare con ogni ospite.

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Ricostruirsi una vita

Uscire da una situazione di difficoltà e col tempo ottenere la necessaria autonomia per ricostruirsi una vita. Linda Pozzi racconta invece di una donna originaria del Nord Africa, musulmana, madre di due figli relativamente grandi (10 e 14 anni): «Subiva violenze in casa dal marito da 15 anni. Finalmente ha trovato la forza di denunciare e di andarsene: qui in comunità abbiamo potuto aiutarla nel fare le pratiche per il divorzio sia in Italia che nel Paese d’origine. Per le donne di origine musulmana uno steep simile ha un valore enorme. “L’altra metà del cielo” ci ha poi dato una grossa mano attraverso una borsa lavoro: sono soldi stanziati da Regione Lombardia, destinati in questo caso affinché la signora potesse iniziare una prima occupazione retribuita».