Compiti di scuola, i consigli dell’esperta per evitare la guerra in casa.

Compiti a casa, come aiutare i ragazzi a diventare autonomi

Ci sono compiti e compiti, diversi metodi di studio (e non «il» metodo di studio) e modi sicuramente pacifici ma soprattutto costruttivi per pianificare e organizzare lo studio incoraggiando l’autonomia dei figli. Soprattutto i compiti sono un problema dei ragazzi e non dei genitori, che possono sì intervenire, ma secondo modalità ben precise. Quindi sì al genitore consulente, no al genitore professore. No anche al genitore di ripetizioni o peggio ancora al genitore cane da guardia.  Di compiti, ma soprattutto del modo corretto di affrontarli, ha parlato in sala civica a Merate la professoressa Manuela Cantoia, docente di Psicologia Cognitiva all’Università eCampus e ricercatrice del Servizio di Psicologia dell’Apprendimento e dell’Educazione in Età Evolutiva dell’Università Cattolica di Milano.

Compiti sì, compiti no. Qual è il vero problema?

Premesso che da sempre la querelle compiti sì, compiti no, troppi o troppo pochi, troppo difficili o troppo facili, è da sempre un argomento caldo del sistema scuola-famiglia, è un dato di fatto (lo rivela uno studio) che i genitori italiani sono quelli che in Europa stanno più addosso ai figli quando fanno i compiti. “Il punto è che come famiglie siamo sempre meno abituati a confrontarci con l’insuccesso sociale dei nostri figli”, spiega la professoressa Cantoia. Il linguaggio stesso dei genitori la dice lunga: “Quest’anno abbiamo l’esame di terza media”; “Abbiamo preso 8 in storia” ma attenzione: “Mio figlio ha preso 5 in matematica”. I genitori parlano al plurale come se la scuola fosse una faccenda loro, ma non lo è.

Voti troppo alti o al contrario troppo bassi

“Quando sento genitori che si lamentano in continuazione della scuola dei loro figli, dico loro che quando troppe cose non vanno bene, forse quella scuola non è adatta a loro, non ai figli. E’ vero, nella scuola ci sono le realtà più diverse, situazioni meravigliose e situazioni in cui ti chiedi “Perché proprio a mio figlio?”, ma bisogna fare attenzione, perché continuando a criticare la scuola e i professori facciamo arrivare a nostro figlio il messaggio che forse non siamo convinti che lui possa farcela, altrimenti non ci sarebbe tutto questo bisogno di tutelarlo”, ha spiegato l’esperta. Soprattutto i voti, quelli brutti, non sono predittivi di una vita futura fallimentare.
“Il voto non valuta la persona, ma fa la foto di un momento. Sempre più spesso, però, già a partire dalla primaria e ancora nelle medie, abbiamo a che fare con voti un po’ troppo pompati, per incoraggiare i ragazzi, o viceversa troppo stretti. Questi voti causano un danno enorme perché non permettono ai ragazzi di avere una chiara concezione del proprio livello di capacità”.

Ecco le caratteristiche del compito ideale

Il compito funziona, svolge cioè la sua funzione evolutiva, quando ha determinate caratteristiche. Anzitutto quando la consegna e lo scopo sono chiari (sempre si parte dalla lettura del diario, sempre che ci sia scritto qualcosa). Deve poi essere specifico e riguardare attività che si sono svolte in classe. E’ inoltre importante che abbia una struttura sfidante, che sia cioè svolgibile in modo autonomo almeno per l’80% (è giusto che richieda impegno). Il compito ideale deve inoltre avere tempi di lavoro e contenuti accessibili, essere vario ed essere assegnato con regolarità (Guai a dire: “Oggi siete stati bravi, quindi non vi do i compiti” perché così si fa passare il messaggio che il compito sia una punizione). No dunque ai compiti come castigo o punizione, sì ai compiti individualizzati (Chi ha già appreso bene una cosa, è utile che si eserciti in qualcosa d’altro).

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Sono i genitori a doversi rassegnare ai compiti

“Sono i genitori quelli a cui i compiti scocciano, soprattutto il sabato e la domenica. Quindi bando alle storie. Organizzate e definite insieme ai vostri figli un tempo e uno spazio per i compiti, il sabato mattina o la domenica pomeriggio. Definito il tutto, poi non fate i cani da guardia. Se i vostri figli non fanno i compiti come concordato, non fate loro la giustifica ma mandateli a scuola incontro al loro destino”. E ancora:  “la matematica, l’italiano e il latino non hanno basi genetiche: se voi avete avuto problemi con queste materie non è detto che li abbiano anche i vostri figli. Noi genitori dobbiamo venire a patti con il nostro immaginario e la realtà dei nostri figli: dobbiamo imparare a conoscere e accettare i nostri figli per quello che sono (con le loro fatiche, i loro talenti, le loro potenzialità e i loro tempi) e non per quello che vorremmo che fossero”.

Come lavorare sull’autonomia dei nostri figli?

“Facendo capire ai nostri ragazzi che crediamo in loro e che siamo fiduciosi che ce la faranno a gestire la situazione”, ha spiegato la professoressa Cantoia. “Diamo loro il tempo di farlo e la fiducia di cui hanno bisogno. Il voto è la fotografia di un momento, non la valutazione di una persona che condizionerà tutto la sua vita futura. Prendere esami a settembre non deve essere motivo di vergogna: superiamo questa cosa della vergogna di doverlo dire agli altri”.

Impariamo a gratificare i ragazzi e a rinforzarli

“Imparate a congratularvi con i vostri figli, ma non dicendo “Bravo, sono contento” e dunque riportando la soddisfazione a voi stessi, altrimenti passate il messaggio che debbano studiare per voi. Chiedetegli invece “Sei contento?”, cercando di capire con lui le ragioni del successo (il compito preciso e ordinato, per esempio). Se poniamo l’attenzione sulle cose positive li rinforziamo, invece facciamo caso solo alle cose che non vanno bene, ma così facendo rinforziamo in loro solo il senso di inadeguatezza.
Aiutiamo i ragazzi a capire perché le cose vanno male, ma anche perché vanno bene. E’ altrettanto importante. Il miglior sostegno che possiamo dare ai nostri figli è aiutarli ad osservarsi. In casa non ci deve essere la guerra a causa dei compiti. E anche noi genitori evitiamo di dare ai nostri figli l’immagine di una vita fatta solo di obblighi e sacrifici: cerchiamo noi stessi spazi di soddisfazione e gratificazione personali, perché nessuno vorrebbe crescere per diventare grande in un mondo del genere. Quindi quando sta sera tornate a casa, pensate a qualcosa di bello da dire domani mattina ai vostri figli”.