Centri ativiolenza sulle donne, Straniero auspica la ripresa del dialogo.Tutelare la sicurezza delle donne, in tutti i sensi. E’ questa la parola d’ordine a cui i consiglieri del Partito democratico in Regione Lombardia tornano ad appellarsi, scrivendo al neo assessore alle Politiche per la famiglia, genitorialità e pari opportunità, Silvia Piani, sull’annosa questione riguardante la Rete dei Centri antiviolenza e le Case delle Donne della Lombardia. Ua piaga, quella della violenza sulle donne, di cui non è immune il nostro terrirorio. Basta pensare al  recentissimo casi della donna sfregiata dal marito, o al tentativo di omicidio di Olginate, dove un uomo voleva uccidere l’ex moglie.

 

Centri ativiolenza

“Chiediamo di rivedere le decisioni prese dalla precedente Giunta e di convocare al più presto un tavolo con le referenti della Rete lombarda dei Centri antiviolenza e Case Rifugio, al fine di riaprire un confronto e consentire loro di operare al meglio”. E’ così che il consigliere Raffaele Straniero presenta i contenuti della lettera che, insieme ad altre colleghe e colleghi del PD, ha firmato ieri mattina.

La vicenda

“Tutto è cominciato lo scorso autunno – spiega Straniero – quando la Regione Lombardia, con un semplice decreto dirigenziale, ha deciso di equiparare i centri antiviolenza a un servizio pubblico, così da poter ricevere contributi economici a loro sostegno. In questo modo ha imposto, di fatto, alle operatrici dei centri, un controllo del percorso delle vittime di maltrattamenti che non è coerente né con le loro necessità nè con le richieste, come l’esperienza dei centri stessi riporta”.

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Le criticità

Sono state molto criticate, tra gli operatori, anche l’imposizione della registrazione del codice fiscale, che contrasterebbe con la modalità di lavoro improntata alla riservatezza dei centri, e la richiesta di garantire la reperibilità e disponibilità 24h su 24h, caratteristiche che, come è scritto nella lettera “non possono essere garantite con il solo contributo economico erogato dalle istituzioni o con il pagamento delle sole figure professionali che la Regione ritiene utili”. “Tutto questo – riporta il consigliere – si pone in netto contrasto con il lavoro di relazione che viene costruito attraverso le operatrici di accoglienza”.

Riaprire il dialogo

“Non dovrebbe essere questo il modo di operare di un’istituzione che sarebbe invece tenuta a considerare il lavoro di chi opera da più di 30 anni nel settore, sia pure conciliandolo con le esigenze di monitoraggio costante e di rendicontazione della spesa. È dunque fondamentale – conclude  – che sia riaperto al più presto un dialogo con questi centri”.