Nel Giorno del ricordo si commemorano le vittime delle foibe. Ma anche le migliaia di italiani costretti dal regime di Tito a fuggire. Con una valigia in mano, via mare, verso l’ignoto. Famiglie intere costrette ad abbandonare tutto. Ma soprattutto a sentirsi per sempre straniere a casa propria. E’ il caso di Luciano Grebaz, istriano, raccontato dalla figlia Elena Grebaz sul Giornale di Merate in edicola da martedì scorso. Vi riproponiamo integralmente il suo racconto.

Giorno del ricordo, una storia toccante

«E’ una specie di pozzo. Un pozzo nero, profondo». Così Luciano Grebaz era solito rispondere alla sua bambina, Elena, quando gli chiedeva cosa significasse quella parola che di tanto in tanto riecheggiava nei discorsi dei «grandi»: foiba. Oggi lui non c’è più, è morto nel 1992 in seguito a una malattia, a soli 58 anni. Ma è proprio quella bambina, oggi insegnante alle scuole medie di Costa Masnaga, che con i suoi ricordi continua a tramandare alle nuove generazioni la storia di suo padre. Esule istriano, costretto dal regime di Tito a lasciare la casa, la vigna, tutto quello che aveva. Ad imbarcarsi su una nave profuganda verso l’ignoto, con in mano solo una valigia di vestiti. Una storia che nel Giorno del Ricordo, nel quale si celebra la memoria delle vittime delle foibe, pone profondi spunti di riflessione su una pagina di storia crudele, a lungo nascosta, dimenticata. Ma che presenta aspetti simili anche ai fenomeni migratori di oggi. In fondo non così diversi da quelli di quegli anni, non fosse per le latitudini differenti.

Nato nel paese di Norma Cossetto

«Papà era nato nel 1933 a Santa Domenica di Visinada, paese noto oggi come Labinci, in territorio croato – racconta Elena Grebaz – Lo stesso luogo del quale era originaria Norma Cossetto, studentessa violentata e uccisa in una foiba in uno degli episodi più tristi e violenti di quegli anni. Papà e i suoi familiari erano italiani, si sono sempre sentiti tali, ma negli anni della Guerra le pressioni da parte del regime di Tito erano talmente insopportabili che hanno deciso di imbarcarsi per Trieste. Hanno abbandonato tutto quello che avevano, hanno riempito il più possibile le valigie, i vestiti che avanzavano se li sono messi addosso, uno sopra l’altro. Da Pola hanno raggiunto via mare Trieste. Da lì, come esuli, sono stati trasferiti prima a Udine, poi a Cremona e quindi la famiglia si è separata: alcuni sono andati in Centro Italia, papà è andato invece a Monza, nelle scuderie della Villa Reale, che all’epoca erano un campo profughi per chi proveniva da quelle terre contese».

Le difficoltà nel lavoro e… in amore

Luciano Grebaz a Monza ci è rimasto diversi anni. Suo padre Giovanni si era inventato giardiniere in villa, la mamma Maria fungeva da custode. Ma non furono tempi facili. «Da mangiare non mancava, ma pur essendo italiani si sentivano stranieri nella propria terra. Non erano ben accetti. Un esempio su tutti: papà era stato assunto in un negozio, ma quando il proprietario ha saputo la sua provenienza lo ha licenziato in tronco. Quell’episodio si è poi rivelato la sua fortuna, perché ha finito per lavorare per una multinazionale che in quel periodo cercava un tecnico che sapesse parlare russo. E lui lo conosceva, perché in Istria lo aveva studiato». A Monza Luciano Grebaz ha anche conosciuto quella che è diventata la donna della sua vita. «Ha incontrato mia mamma Maria Rosa a scuola guida, nei primi Anni ‘60. Per lui non è stato semplice nemmeno in amore, perché i miei nonni erano preoccupati nel dare in sposa loro figlia a un profugo. Non conoscevano il suo passato, cosa faceva in Istria, se era già fidanzato, se aveva già una famiglia o meno».

Leggi anche:  II Trofeo Vespistico del Mezzogiorno “Caserta-Bari”: presenti anche due lecchesi

Quel senso di irrequietezza

Prima la residenza a Villasanta, infine, dagli anni ‘70, a Viganò. Alla ricerca di una quiete che non è mai veramente stata raggiunta. E che ha inconsciamente trasmesso anche alla figlia Elena. «E’ difficile spiegarlo, ma noi Grebaz non ci sentiamo mai veramente a casa in nessun posto. E’ come se non appartenessimo a nessuna terra. Anche io percepisco questo sentimento, anche se non ho vissuto in Istria ma sono nata e cresciuta tra Monza, Villasanta e Viganò. Papà era una persona ricca di interessi: era radioamatore, era cineoperatore, aveva fatto la comparsa nei film, con il suo lavoro girava molto e parlava le lingue straniere. Eppure i suoi occhi si illuminavano solo quando tornava al suo paese di origine. Mi ricordo che io e mia mamma andavamo al mare, lui passava le giornate a cercare i vecchi amici, i ricordi d’infanzia, quella casa che ha dovuto abbandonare. Quanto soffriva nel vedere che i “titini” l’avevano donata a un’altra famiglia…».

Quella strana parola: foiba

Molti amici d’infanzia di Luciano Grebaz sono stati perseguitati e uccisi nelle foibe. Eppure di quella pulizia etnica spietata, perpetrata ai danni di migliaia di italiani, non parlava quasi mai. «Da bambina non sapevo cosa significasse la parola foiba. Papà mi diceva che era un pozzo profondo, nero. E nulla più. Solo crescendo sono andata a scavare, a cercare le mie radici. Ho studiato il croato, ho visto con i miei occhi quelle terre segnate da quegli anni così tragici. E oggi mi sento di doverlo raccontare, perché soprattutto i giovani sappiano, conoscano, questa pagina di storia del nostro Paese».

Il racconto agli studenti

Insieme allo scrittore Umberto De Pace, che ha scritto un libro sul campo profughi di Monza, Elena Grebaz da anni parla delle foibe soprattutto agli studenti. Ma anche di come ci si possa sentire stranieri in patria. Di quel senso di irrequietezza dell’anima che un padre ha trasmesso insieme al cognome a una figlia. «Quando oggi sento parlare dei migranti, lasciando perdere ogni strumentalizzazione politica, rivedo la famiglia di mio padre, che senza alcuna colpa ha dovuto abbandonare tutto. E partire per mare con una valigia piena di vestiti ma anche di dubbi, paure, rimpianti. Una famiglia unita, che la partenza ha finito per disperdere: una sorella di mio padre è andata addirittura in Australia, ho cugine che sono madrelingua inglesi. Quando racconto di me e della famiglia di mio padre, chi mi capisce meglio sono gli studenti stranieri. Lo vedo nei loro occhi, che nella loro esperienza rivedono qualcosa della mia».