Il sindaco parla ai cittadini

“Il 25 aprile richiede cittadini degni”: Valmadrera celebra la Liberazione

Cerimonia e corteo al Monumento ai Caduti per la Festa della Liberazione

“Il 25 aprile richiede cittadini degni”: Valmadrera celebra la Liberazione

“Il 25 aprile non ci chiede di essere eroi. Ci chiede qualcosa di più difficile e quotidiano: essere cittadini degni di chi, con molto meno di quello che abbiamo, scelse la parte giusta”. Queste le parole del sindaco Cesare Colombo durante la celebrazione della Festa della Liberazione a Valmadrera, sabato 25 aprile.

Valmadrera in festa per la Liberazione

La giornata è iniziata alle 8.30 con una messa nella chiesa parrocchiale, seguita, alle 9.20, dalla cerimonia di alzabandiera a cura del Gruppo Alpini Valmadrera al Monumento dedicato alle Penne nere nel parco di via Casnedi. Dopo un momento di ritrovo al palazzo comunale, il corteo ha preso il via verso il Monumento ai Caduti per la commemorazione ufficiale, conclusasi al cimitero.

Nel suo discorso, il sindaco Cesare Colombo ha sottolineato:

Buongiorno a tutti voi, care concittadine e cari concittadini.
Benvenuti a questa celebrazione dell’ottantunesimo anniversario della Liberazione. Permettetemi di rivolgere un saluto sentito e un ringraziamento sincero a tutti: gli Alpini, l’Associazione Famiglie Caduti e Dispersi in Guerra, il Corpo Musicale Santa Cecilia, la Polizia Locale, i Carabinieri, la Croce Rossa, la Protezione Civile, gli Scout, la rappresentanza delle scuole, il CAI, la SEV, tutte le associazioni, il Parroco, i Consiglieri, gli Assessori e ciascuno di voi che ha scelto di essere qui, oggi, per ricordare e onorare una delle date più alte della nostra storia.

Ci chiediamo, o dovremmo chiederci, ogni anno: perché celebriamo il 25 aprile? Non per un obbligo di calendario, non per una ricorrenza da consumare in fretta. Lo celebriamo perché questo giorno porta con sé qualcosa di più grande di un anniversario: porta il ricordo di una scelta. La scelta di donne e uomini che, nel buio più profondo della storia italiana, decisero che la libertà valeva ogni rischio, ogni sacrificio, ogni prezzo. Nel ventennio fascista non era permessa la libertà di opinione, di espressione, di pensiero. Si doveva soltanto credere, obbedire, e combattere — non per difendersi, ma per aggredire. Intere generazioni di giovani italiani furono mandate a morire per soddisfare un delirio di dominio e di potenza.

Fu dall’abisso di quella stagione che nacque la Resistenza. Un movimento nato nella disperazione, ma nutrito di speranza. Non fu un esercito compatto, non poteva esserlo. Erano contadini e operai, intellettuali e studenti, militari e religiosi, donne di ogni ceto sociale, azionisti e comunisti, cattolici e liberali, e persino ex fascisti delusi. Li univa una cosa sola: il no. Il no alla barbarie, alla disumanizzazione, alla violenza.

Il sindaco Cesare Colombo

Il valore della Resistenza — direi quasi il suo prodigio — fu proprio nell’unire anime molto diverse, che avevano idee anche opposte sul futuro dell’Italia, ma che seppero stare dalla stessa parte per combattere il nazifascismo. La Resistenza è stata un fatto di popolo. Chi ha imbracciato un’arma e chi, in silenzio, ha soccorso i perseguitati, lo ha fatto per un unico, universale grido: “Pace, Libertà”. Per questo il 25 aprile appartiene a tutti gli italiani. Senza steccati e senza strumentalizzazioni. È una festa di tutti.

Da quella Resistenza nacque la Repubblica. E dalla Repubblica nacque la nostra Costituzione, che non è una carta di principi astratti, ma il frutto concreto di quel sacrificio. In essa è scolpito, come nella roccia, l’undicesimo articolo:
“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli
e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in
condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad
un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e
favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Non è una dichiarazione retorica, ma è un impegno che discende direttamente dalle cicatrici della guerra. Ripudiare la guerra significa scegliere, ogni giorno, la via della diplomazia, del diritto internazionale, della cooperazione tra le nazioni. È la bussola che ci è stata affidata.

Una bussola che, se guardiamo al mondo di oggi, ci appare più necessaria che mai — e più controvento che mai. Lo ha detto con parole dure e chiare il Presidente Mattarella, solo due giorni fa, incontrando le Associazioni Combattentistiche e d’Arma:

“In molte, troppe parti del mondo, uomini, donne, bambini vivono contesti di
guerra, spesso sotto il giogo di regimi autoritari, privati dei diritti fondamentali,
della libertà di espressione, della possibilità di scegliere il proprio destino.
Sono scenari scandalosi, in cui la dignità umana viene calpestata, in cui il diritto
internazionale viene apertamente violato. Libertà e pace non sono elementi e dati acquisiti una volta per tutte. Sono beni resi fragili dalla dissennatezza e che
richiedono consapevolezza e impegno”.

A questo richiamo si aggiunge la voce di Papa Leone XIV, che durante la Veglia per la Pace, ha lanciato un monito senza equivoci:
“Basta con l’idolatria di sé stessi e del denaro! Basta con l’esibizione della
forza! Basta con la guerra! La vera forza si manifesta nel servire la vita”.
Parole semplici, essenziali, che portano il peso di millenni di storia e di dolore umano. Parole che anche noi, a Valmadrera, raccogliamo e facciamo nostre.

Quegli stessi valori — libertà, dignità, pace conquistata a caro prezzo — non sono rimasti confinati entro i confini nazionali. Sono diventati il fondamento di un progetto politico straordinario, nato anch’esso sulle ceneri di due guerre mondiali: l’Europa. Non una semplice appendice geografica o un incidente della storia, ma un progetto voluto da leader lungimiranti come Adenauer, De Gasperi, Schuman, che condivisero riferimenti culturali, una visione basata sulla centralità della persona e l’obiettivo di cancellare la guerra dall’orizzonte del continente.

L’Italia ha sempre avuto un ruolo attivo in questo processo di integrazione. E oggi, più che mai, l’Europa è chiamata a essere custode della pace. Perché il mondo, martoriato da conflitti (alcuni dei quali dolorosamente vicini a noi) ha bisogno di speranza, di un orizzonte comune, di un progetto di pace, libertà, fraternità ed eguaglianza. Rinunciare all’Europa significherebbe rinunciare a quella eredità. Significherebbe tradire coloro che, resistendo, ce l’hanno resa possibile.

E allora, cari concittadini, a noi cosa resta da fare? Cosa significa, oggi, fare memoria? Fare memoria non significa solo deporre fiori o ascoltare discorsi.
Significa impegnarsi a vivere nel modo in cui quei valori ci chiedono di vivere. La Resistenza non ci ha consegnato solo la libertà: ci ha consegnato una responsabilità. Significa capire che la democrazia non si costruisce solo nei palazzi del potere, ma nella trama quotidiana dei nostri comportamenti. Il livello della nostra convivenza civile si alza attraverso il linguaggio che usiamo, il rispetto che portiamo all’avversario, la capacità di dissentire senza degradare l’altro. Negli ultimi anni abbiamo spesso confuso l’immediatezza con l’autenticità, sacrificando l’educazione e il senso del limite. Alzare il livello della vita civile non è un esercizio di stile: è sopravvivenza civile. È, ancora oggi, una forma di resistenza.

Valmadrera sa farlo: è una comunità che sa tenere insieme tradizioni diverse, storie diverse e sensibilità diverse. È questa la nostra forza. E questa forza, oggi, è un modo concreto di continuare a resistere — a ogni forma di odio, di divisione e di indifferenza. Ognuno di noi, nella vita di ogni giorno, può scegliere di alzare il livello: con le parole che sceglie, con il rispetto che offre, con la cura che mette nelle relazioni. E questo impegno vale in modo speciale per i più giovani: perché la libertà che oggi respirano non era scontata — qualcuno l’ha conquistata per loro, a caro prezzo — e solo chi conosce quel prezzo è davvero libero di scegliere il proprio domani.

Il 25 aprile non ci chiede di essere eroi. Ci chiede qualcosa di più difficile e quotidiano: essere cittadini degni di chi, con molto meno di quello che abbiamo, scelse la parte giusta.

VIVA IL XXV APRILE, VIVA L’ITALIA!