Un evento per riflettere

“The Ashes of Moria”: successo a Valmadrera per il docufilm dedicato a Lesbo

La proiezione, organizzata da ResQ Valmadrera e Centro Farmaceutico Missionario, ha visto la partecipazione del regista Davide Marchesi.

“The Ashes of Moria”: successo a Valmadrera per il docufilm dedicato a Lesbo

Disumanizzare le persone rende più facile condannarle. Questo è ciò che accadeva a Moria, il più grande campo profughi in Europa, situato nell’isola greca di Lesbo, distrutto da un incendio nel settembre 2020. Un luogo in cui la speranza di un futuro migliore e i sogni dei rifugiati svanivano nell’oblio, sostituiti dalla desolazione e dalla rabbia. Una realtà surreale, in cui la vita scorreva lentamente sopra cumuli di rifiuti, e dove la paura di furti e violenze impediva anche le uscite più necessarie. Per avere accesso ad acqua e cibo, si doveva affrontare lunghe file all’alba, mentre i servizi igienici versavano in condizioni inimmaginabili. Qui, la parola “umanità” sembrava non avere significato.

Il pubblico presente all’evento.

Proiezione del docufilm “The Ashes of Moria” a Valmadrera

Durante l’evento, un rifugiato ha sollevato una provocazione: “Tanti descrivono i rifugiati come violenti. Provate voi europei a passare due mesi in un campo come Moria”. Questa affermazione è stata riportata dal regista Davide Marchesi, autore del docufilm “The Ashes of Moria”, realizzato da ColoreFilm e distribuito in Italia da Altreconomia. L’opera è stata proiettata al centro culturale Fatebenefratelli di Valmadrera, davanti a un pubblico numeroso, in un incontro organizzato da ResQ Valmadrera in collaborazione con il Centro Farmaceutico Missionario.

Paolo Brivio e Flavio Passerini durante l’incontro.

L’incontro, moderato da Flavio Passerini di ResQ Valmadrera, è iniziato con i saluti di Paolo Brivio, referente del sodalizio. Brivio ha spiegato come il gruppo valmadrerese sia composto da una dozzina di persone unite dalla volontà di non ignorare le tragedie che colpiscono il Mediterraneo, rappresentate dall’opera dello street artist D.Mace10, presente sul palco.

L’opera di D.Mace10, street artist.

Il gruppo di Valmadrera è uno dei 28 equipaggi di terra di “ResQ – people saving people”. Attraverso le loro attività di sensibilizzazione, sostengono l’omonima nave dell’Ong, dedicata al salvataggio delle persone migranti nel Mediterraneo. Come sottolineato durante la serata, prima di essere “migranti”, queste persone sono “persone”.

Tra i presenti, il presidente nazionale di ResQ, Luciano Scalettari, ha ripercorso le origini dell’Ong, fondata a fine 2019, poco prima dell’emergenza Covid. Inizialmente composta da un numero ridotto di membri, ResQ è cresciuta con l’obiettivo di non restare indifferenti al dramma dei naufragi nel mare. Scalettari ha chiarito che la questione non è divisiva né politica: “Non c’è nulla di divisivo nel salvare un uomo in mare. È semplice umanità”. Ha anche informato che la nave di ResQ, costruita nel 1951, è stata danneggiata dal ciclone Harry a gennaio e che l’Ong ha ora bisogno di donazioni per acquistare una nuova imbarcazione, più veloce ed efficiente.

Luciano Scalettari durante l’incontro.

Anche il sindaco Cesare Colombo ha partecipato all’evento, esprimendo gratitudine agli organizzatori per il loro impegno: “Ci aiutate a non girarci dall’altra parte; abbiamo bisogno di tornare umani”.

Il sindaco Cesare Colombo all’evento.

La serata è proseguita con la proiezione del docufilm di Marchesi, che, attraverso le testimonianze di rifugiati, volontari e psicologi, ha ripercorso la storia del campo profughi di Lesbo. Un campo che, nel tempo, ha visto crescere il numero di persone trattenute nei suoi confini, passando da una capienza iniziale di 3000 a quasi 25 mila.

Moria, costruito nel 2013 come centro di arrivo a seguito della “crisi dei rifugiati”, si è trasformato in un luogo di residenza semipermanente, dove le persone vivevano in attesa di un responso per la loro richiesta di asilo. Molti sviluppavano disturbi psichici a causa dell’incertezza e della vita nel campo.

La psicologa clinica Carlotta Passerini, presente all’evento, ha raccontato: “C’erano persone che non lasciavano mai le loro tende, traumatizzate più dalla permanenza a Moria che dalle guerre nei loro Paesi d’origine. Molti bambini soffrivano di autolesionismo e tentativi di suicidio. L’accesso ai servizi psichiatrici era limitato e le liste di attesa erano lunghe”.

Un campo concepito come strumento di deterrenza politica, ha cambiato la percezione dell’Europa per i rifugiati e i volontari. “Ho capito che l’idea di un’Europa basata sui diritti umani non era reale”, afferma Passerini nel docufilm. Una donna afgana ha condiviso la sua esperienza di discriminazione per il semplice fatto di esistere.

Dopo l’incendio che ha distrutto Moria, 14 mila persone sono state abbandonate in condizioni disperate. Si era pensato a una svolta, ma è stato costruito un nuovo centro chiuso e controllato, situato in una zona ad alto rischio incendi, finanziato con fondi dell’Unione Europea.

La serata si è conclusa con un confronto diretto con il regista, che ha condiviso la sua esperienza: “Lesbo è un posto che mi ha dato tanto. Visitare Moria nel 2015 ha segnato la mia vita e il modo in cui percepisco l’Unione Europea e la migrazione. Raccontare Moria è difficile, abbiamo cercato di farlo in 50 minuti, ma è solo una minima parte della realtà. Le situazioni non sono casuali: ci sono intenti precisi dietro, come nei campi in Albania. La differenza sta nel livello di privazione della libertà e violenza”.

Il regista Davide Marchesi durante il confronto.

Il dibattito si è concluso con una domanda condivisa dal pubblico: “È davvero questa l’Unione Europea in cui crediamo?”.