Un anno fa veniva ufficializzato il fallimento del Lecco.

Il «miracolo di san Nicolò»

Qualcuno, un anno fa, lo definì il «miracolo di san Nicolò». Ansia giornalistica, urgenza di dare allo sport titoli che acchiappino, o forse un prodigio realmente inspiegabile, quale fu, agli occhi di qualcuno, l’ufficializzazione dell’esercizio provvisorio alla Calcio Lecco in seguito al suo fallimento. Lasciamo stare il patrono cittadino (forse vale la pena scomodarlo per questioni ben più urgenti di una squadra di calcio) e riavvolgiamo il nastro a un anno fa. Al Lecco di mister Cuoghi, in fondo alla classifica, alle incertezze marchiate Meregalli, al debito spaventoso su cui si affacciava la squadra. Al livore che ci portavamo dentro per anni e anni di mala gestione e sofferenze, e al timore che il secolo di storia bluceleste fosse al capolinea. «Non è ancora stato approvato il bilancio 2015-16, e questo è grave», «falliremo e spariremo subito», «si ripartirà dalla Terza Categoria», «non ci faranno nemmeno terminare la stagione». La paura di finire fuori dal mondo del calcio da subito era concreta. Poi, da Corso Promessi Sposi arrivò quel piccolo barlume di speranza: falliti sì, ma con esercizio provvisorio. Si può arrivare fino alla fine della stagione, in attesa della vendita del titolo sportivo.

Motta, Bertolini, il play out con l’Olginatese

Da allora, il vocabolario del tifoso bluceleste si è arricchito di nuove parole e nomi. Anzitutto quello di Mario Motta, curatore fallimentare che è riuscito a creare quel leggero equilibrio per arrivare fino a maggio e tenere vivo il Lecco, con giovani ragazzi pagati due soldi. Poi quello di Bebeto Bertolini, coraggioso nel dire sì ad un progetto che chiunque avesse ragionato con la testa avrebbe rifiutato: come si può salvare un club in quelle condizioni? Ma il cuore, grazie a Dio, usa altri criteri, l’ex attaccante bluceleste non si fece tanti problemi a tornare e riuscì nell’impresa. Col cuore, lo stesso dei tifosi, sempre compatti e vicini alla squadra nonostante i risultati amari. Ci fu chi fece la colletta e diede qualche soldo al club, altri che addirittura pensarono di regalare delle nuove maglie. Altri che, semplicemente, non facevano mancare mai la loro vicinanza alla squadra. Il campo ha fatto il resto, con Caraffa e compagni che poco alla volta qualche punticino lo facevano, guadagnando le posizioni minime per sperare. Fino al glorioso epilogo del play out di Olginate, un’impresa sportiva che forse non ha eguali nella storia bluceleste.

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Dopo la salvezza

Poi ci sono stati altri nomi. I Talent Scout, per mesi pronti a rilevare il Lecco, salvo poi sparire sul più bello. Paolo Di Nunno, che il club lo ha comprato a giugno per portarlo in alto: tanti soldi e una voglia matta di fare bene. Con lui, finalmente, uno staff che appare serio e costruito, sebbene sin dall’inizio ci sia l’impressione che a muovere qualche filo sia sempre Daniele Bizzozero. Ma si tira dritto, con una presentazione in piazza gagliarda: un migliaio di tifosi abbracciano la squadra, vecchie glorie e aquile che volano. L’organico è valido, l’allenatore di livello. La stagione parte a fatica, i turbinii societari si sentono e anche il campo paga. Ma alla lunga, la squadra in qualche modo reagisce.

E’ stato un anno ricchissimo

Guardandosi indietro, è stato un anno ricchissimo. Di sofferenze, certo, ma pure di emozioni. Di incazzature, ma anche di gioie e soddisfazioni. Il Lecco c’è sempre, ogni domenica chiama centinaia di tifosi a quel rito sacro che è la partita: ci eccita e ci abbatte, ci fa gelare le mani ma pure scaldare la voce e il cuore. Nulla di tutto ciò ci sarebbe stato senza esercizio provvisorio. San Nicolò o meno, il 6 dicembre è un giorno prezioso per la storia della Calcio Lecco. Perché ricorda a tutti che si muore, sì, ma si può anche ricominciare.