L’8 marzo a Lecco formato Nembrini: stasera infatti lo studioso di Dante sara in città per celebrare la Donna in un modo davvero speciale. L’appuntamento è alle 21 al Cenacolo Francescano. Franco Nembrini, su invito del Liceo Leopardi, sarà quindi il protagonista di una serata sul 33esimo canto del Paradiso e sul ruolo della donna.

Nembrini in città

A sentire Linus sarebbe da fare premier, Franco Nembrini. L’appello ironico della voce di Radio Deejay, qualche giorno fa, ha avuto una certa eco: commentava il video – sempre più virale su internet – di un incontro pubblico in cui il rettore bergamasco raccontava di come ha dovuto spiegare, ai suoi studenti, da dove proveniva la pelle di un orso esposta a scuola, destreggiandosi tra la sensibilità eccessiva delle mamme e l’acutezza dei bambini. Una clip che sintetizza alla perfezione il brio e l’attenzione educativa del rettore bergamasco, noto per i suoi studi su Dante. Al Sommo Poeta ha dedicato più di un libro, pur non essendo lui uno studioso accademico, e presto uscirà una versione della Divina Commedia da lui interamente commentata per Mondadori. Un tema originale, certo «ma tutta la Divina Commedia è il poema delle donne».

In che senso?

«Più il cammino di Dante va avanti all’interno della Commedia e più si chiarisce il suo rapporto con Beatrice. E in questo modo si fa più evidente che cos’è la donna nella vita di un uomo: di passo in passo quel ruolo si purifica e si illumina, fino a diventare sovrapponibile a quello della Madonna. La figura di Beatrice e della Madonna, nel 33esimo del Paradiso, finiscono per coincidere. La pecca del femminismo è quella di aver voluto abbassare le donne al livello dell’uomo».

La impressiona vedere come la nostra società tratta la donna?

Da un lato si osanna la necessità di un mondo sempre più equo, poi però se una donna sul luogo di lavoro dice di essere incinta rischia il posto.
«C’è tanto da imparare da Dante. La nostra civiltà, almeno da 50 anni, il ruolo della donna lo ha rifiutato. Oggi siamo di fronte alla scelta se recuperare una sana tradizione che, evitando le ingiustizie tra uomo e donna, non perde di vista il plus che la donna rappresenta, tanto nella vita di coppia quanto nella vita della società. Mi impressiona vedere che ogni società che vive un momento di crisi profonda è tenuta in piedi solo dalle donne».

Cioè?

«Penso a Mosca, dove il problema dell’alcolismo maschile è spaventoso. Quella è una società tenuta su dal lavoro e dall’impegno delle donne. Potrei dire la stessa cosa per l’Africa, e se ne vedono tante avvisaglie anche da noi. La figura dell’uomo sta svanendo – per ragioni diverse dalla Russia e dall’Africa, chiaramente – ma viene fuori la donna con una caratteristica di forza. La scelta da fare è se puntare su questo di più o se negarlo in nome di un femminismo che tutto appiattisce». Il libro con Mondadori arriva dopo una vita dedicata a Dante, con testi tradotti in sette lingue diverse e incontri fatti ovunque.

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Come si spiega questo successo?

«Penso che la gente e gli editori restino colpiti dal modo in cui leggo la Divina Commedia. La faccio interagire con la vita mia e invito gli alunni o l’uditorio che ho di fronte a fare lo stesso. Abbiamo un’idea della cultura che ha separato la vita da ciò che studiamo. Se li fai incontrare, invece, scatta una cosa meravigliosa, per cui anche quei ragazzi che appaiono freddi e distratti tirano su la testa. La controprova è che tutto ciò mi succede in ogni luogo del mondo dove ho raccontato di Dante: dall’America Latina, al Kazakhistan, fino all’Africa».

Un episodio, tra questi, cui è particolarmente legato?

«E’ dura scegliere, ma posso raccontare di quanto accaduto a Caracas, una delle città più violente al mondo. Sono capitato lì nei giorni del colpo di Stato di Maduro, e ho incontrato una donna delle favelas. Andava in università per prendere un titolo di studio, per poter lavorare. Al termine del ciclo di studi aveva da fare una tesina, e per estrazione le è capitato Dante, di cui non sapeva nulla. Si informa, chiede, e comincia a leggerlo. “Dante è meraviglioso”, mi ha detto, quando l’ho incontrata. “Parla al cuore dell’uomo”. E mi ha raccontato che la mattina si metteva in coda alle 4 del mattino per prendere il pane, in un paese poverissimo. Lei e altre donne, ore e ore in coda sperando di portare a casa qualcosa ai figli. In borsa però si portava la Divina Commedia, per leggerla con le altre donne. È diventato quasi un gruppo organizzato, le donne addirittura si informavano quando c’era lei per sentirla leggere. “Professore, ai nostri figli dobbiamo portare il pane, ma c’è un pane anche da mettere in testa. E chi glielo dà, se non noi?”».

E’ una vita che approfondisce e scrive di Dante. Come riesce a trovare sempre spunti nuovi?

«E’ come per un uomo sposato: come si fa dopo tanti anni a non essere stanchi della propria donna? Il problema è se sei vivo tu. Così cambi e cresci, e le domande che hai sulla vita cambiano. Quando fai domande nuove al testo, il testo ti dà risposte nuove. Trent’anni dopo, quindi, conosci a memoria il libro, ma ti dice infinitamente di più di quando l’avevi letto la prima volta».

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