Lecco e il Palazzo delle Paure, lo spazio espositivo più prestigioso della città che si affaccia sul lungolago, si apprestano a entrare nel circuito italiano delle grandi mostre d’arte.
L’Amministrazione comunale di Lecco, in collaborazione con ViDi – Visit Different, infatti, ha messo a punto il programma espositivo del triennio 2018-2020, che proporrà eventi di enorme attrattiva per il pubblico, garantiti da una elevata scientificità.

Palazzo delle Paure e le grandi mostre lecchesi

“L’affidamento esterno a una società specializzata – commenta il sindaco di Lecco, Virginio Brivio – consente al Comune di fare un salto di qualità verso una programmazione culturale, per quanto riguarda in particolare le mostre allestite a Palazzo Paure, che allarghi ulteriormente gli orizzonti della nostra città in termini di attrattività turistica. Il Comune potrà avvalersi di personale specializzato e di contenuti di carattere nazionale e internazionale, con un’eco in grado di oltrepassare i confini lacustri. Negli ultimi anni, grazie soprattutto alla restituzione alla comunità di uno spazio espositivo di tutto rispetto come è Palazzo delle Paure e a un lavoro serio e competente svolto dall’Assessorato alla Cultura con tutto il team del S.I.MUL, la cultura a Lecco ha fatto già notevoli passi avanti. Ora vogliamo inserire la quinta, come si suol dire, per correre a una velocità che ci faccia competere ad armi pari con le altre città capoluogo”.

Simona Piazza

“Oggi abbiamo presentato pubblicamente la nuova gestione e l’intera programmazione espositiva del Comune di Lecco presso lo spazio mostre temporanee di Palazzo Paure per la triennalità 2018-2020 – sottolinea l’assessore alla cultura del Comune di Lecco Simona Piazza – Una programmazione articolata e ambiziosa che si concretizza dopo un lungo lavoro che ha visto la predisposizione di un servizio di gestione esternalizzato a rischio di impresa e dunque senza costi per l’amministrazione comunale.Un’occasione importante e unica per l’intero territorio provinciale che dimostra che l’attività espositiva di Lecco è, e vuole essere sempre più, un capitolo fondamentale della nostra programmazione e dei nostri obiettivi in campo culturale. Le mostre infatti contribuiscono alla crescita della nostra comunità favorendone lo sviluppo sociale e diffondendo conoscenza.Non dimentichiamo infine che offrono un’occasione di crescita qualitativa dell’offerta culturale e la possibilità di coinvolgere un pubblico nuovo e variegato composto non solo dai nostri cittadini ma anche da turisti che sempre più scelgono la nostra città come meta di viaggio”.

Paladino. Grandi Cicli Incisori 1986 – 2012

Il Comune di Lecco continuerà a promuovere direttamente la prima esposizione di ogni anno, in collaborazione con Confcommercio e il Festival Leggermente.
Nel 2018 questa sinergia ha portato alla realizzazione della mostra “Paladino. Grandi Cicli Incisori 1986 – 2012” appena conclusa, nel corso del 2019 grazie all’interessamento di alcune realtà del territorio verrà realizzata una mostra su parte dei fondi artistici del Comune di Lecco, mentre nel 2020 toccherà a un’esposizione firmata dal grande fotografo Giovanni Gastel.

Fabio Sanvito

“Per noi è un grande piacere – afferma Fabio Sanvito, managing director di ViDi – poter collaborare con Lecco e la sua Amministrazione, con la quale abbiamo sposato, fin da subito, una comunione d’intenti, ovvero quella di costruire un’offerta espositiva che possa soddisfare due criteri fondamentali: assoluta scientificità delle proposte e progetti fortemente attrattivi per il pubblico.ViDi è una realtà imprenditoriale del settore cultura che da luglio 2014, anno della sua fondazione, ha operato nel settore dei beni culturali in collaborazione con importanti istituzioni pubbliche, come nel caso di Pavia, Monza e Pisa, e private sia nel settore della produzione di grandi mostre sia nella gestione di luoghi culturali e della relativa comunicazione integrata.

Si parte a giugno

Il programma s’inaugura il 23 giugno 2018 con la mostra che celebra Robert Doisneau (Gentilly, 14 aprile 1912 – Montrouge, 1 aprile 1994), uno dei fotografi più importanti e conosciuti del Novecento.
Fino al 30 settembre, la rassegna, dal titolo Pescatore d’immagini, curata dall’Atelier Robert Doisneau – Francine Deroudille ed Annette Doisneau – in collaborazione con Piero Pozzi, prodotta e realizzata da Di Chroma Photography e ViDi – Visit Different, presenta 70 immagini in bianco e nero che ripercorrono l’universo creativo del fotografo francese, tra cui spiccano alcune delle sue icone più riconoscibili come Le Baiser de l’Hôtel de Ville, Les pains de Picasso, Prévert au guéridon. Il percorso espositivo si apre con l’autoritratto del 1949 e ripercorre i soggetti a lui più cari, conducendo il visitatore in un’emozionante passeggiata nei giardini di Parigi, lungo la Senna, per le strade del centro e della periferia, nei bistrot e nelle gallerie d’arte della capitale francese.
I soggetti prediletti delle sue fotografie sono, infatti, i parigini: le donne, gli uomini, i bambini, gli innamorati, gli animali e il loro modo di vivere in questa città senza tempo. Nelle parole dell’artista: “Le meraviglie della vita quotidiana sono così eccitanti; nessun regista può ricreare l’inaspettato che si trova nelle strade”.

 

Ottobre

Quindi, dal 20 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019, le sale di Palazzo delle Paure si apriranno per accogliere le suggestioni della pittura lombarda dell’Ottocento.
La rassegna, dal titolo L’Ottocento lombardo, curata da Simona Bartolena proporrà un viaggio esplorativo nella pittura e, più in generale, nella cultura della Lombardia del XIX secolo, attraverso oltre cinquanta opere, tra dipinti e disegni dei principali protagonisti dell’Ottocento lombardo: da Hayez al Piccio, da Faruffini a Cremona, da Medardo Rosso a Segantini.Partendo dalla stagione romantica, passando per le esperienze risorgimentali e le ribellioni scapigliate, il percorso approda all’impegno sociale delle generazioni di fine secolo e alla ricerca divisionista.
È ormai noto che l’Ottocento italiano sia un secolo ricco di motivi di interesse e di personalità artistiche da scoprire. Se alcune aree italiane, su tutte la Toscana, sono state già portate all’attenzione del grande pubblico, la scena artistica della Lombardia del XIX secolo continua a essere poco nota. Ad eccezione di alcuni grandi nomi che hanno già conosciuto la loro importante riscoperta, la maggior parte di artisti è ancora tutta da raccontare, in attesa di una necessaria quanto meritata riscoperta.
Il percorso della mostra si dipana per aree tematiche, analizzando sia i movimenti e le tendenze iconografiche, che la biografia e la personalità dei singoli artisti, seguendo un filo narrativo chiaro ed esaustivo che si propone di far luce su un tema non sempre così noto. L’esposizione, dunque, offrirà l’opportunità di scoprire un universo dinamico e sorprendente, artisticamente e intellettualmente molto raffinato e sperimentale, e di indagare la società italiana del tempo, tra certezze e contraddizioni.

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Vivian Maier

Nell’estate del 2019, Vivian Maier. Autoritratti – curata da Anne Morin, con la consulenza scientifica di Piero Pozzi – ripercorrerà l’esperienza umana e creativa dell’artista newyorkese, tra le maggiori esponenti della street photography.
Per la prima volta in Italia, vengono presentati i numerosi autoritratti della fotografa americana; tra le foto inedite c’è un’immagine senza titolo del 1950 che rivela una giovane Maier senza trucco e con i capelli corti riflessa in uno specchio incorniciato appeso accanto a diversi dipinti di paesaggi in un negozio di antiquariato. Ha un aspetto professionale in giacca blu e un trench sotto braccio e la sua macchina fotografica appesa al collo.
Attraverso un racconto per immagini composto da oltre settanta fotografie in bianco e nero e a colori, il percorso descriverà Vivian Maier (1926-2009) da vicino, lasciando che siano le opere stesse a sottolineare gli aspetti più intimi e personali della sua produzione.
Con uno spirito curioso e una particolare attenzione ai dettagli, Vivian ritrasse le strade di New York e Chicago, i suoi abitanti, i bambini, gli animali, gli oggetti abbandonati, i graffiti, i giornali e tutto ciò che le scorre davanti agli occhi. Il suo lavoro rivela il bisogno di salvare la “realtà” delle cose trovate nei bidoni della spazzatura o buttate sul marciapiede. Pur lavorando nei quartieri borghesi, dai suoi scatti emerge un certo fascino verso ciò che è lasciato da parte, essere umano o no, e un’affinità emotiva nei confronti di chi lotta per rimanere a galla.

I Macchiaioli

Nell’autunno 2019, si terrà una rassegna sul movimento dei Macchiaioli. L’esposizione, a cura di Simona Bartolena, accompagnerà il visitatore dalle origini della Macchia fino alla sua eredità, attraverso le opere dei suoi principali protagonisti: da Telemaco Signorini a Giovanni Fattori, da Silvestro Lega e Vincenzo Cabianca, fino agli artisti che dai tavoli del Caffè Michelangelo sono passati per poi prendere strade diverse (come Giovanni Boldini e Giuseppe de Nittis) e ai cosiddetti postmacchiaioli, gli allievi di Fattori della scuola labronica che hanno condotto la tecnica macchiaiola verso il nuovo secolo.

Topographies di Berenice Abbott

L’estate del 2020 vedrà Lecco ospitare la mostra Topographies di Berenice Abbott (1898-1991), “la fotografa di New York”, curata da Anne Morin in collaborazione con Piero Pozzi. Nata in Ohio nel 1898 si trasferì presto nella Grande Mela per studiare scultura, e lì incontrò e frequentò i dadaisti Marcel Duchamp e Man Ray. Di quest’ultimo divenne assistente alla fotografia e lo seguì presto nei suoi viaggi in Europa. Nel 1926 a Parigi ci fu la sua prima personale dove mise in mostra i suoi famosi ritratti di importanti personalità dell’avanguardia artistica del tempo come Jean Cocteau, James Joyce, Max Ernst. Al suo rientro a New York nel 1929, affascinata dal lavoro di Eugène Atget, la Abbott spostò la sua attenzione sulla città in trasformazione, dall’ascesa dei nuovi grattacieli al cambiamento dei suoi quartieri, portando avanti dal 1935 al 1939 un progetto per il Federal Works Project Administration. Le sue fotografie verranno successivamente pubblicate nel libro Changing New York, dimostrando la capacità della fotografa di individuare uno stile tanto unico nelle sue immagini da renderle indipendenti dalle arti sorelle (pittura e scultura). Berenice Abbott sosteneva infatti che: “la fotografia non potrà mai crescere se imita qualsiasi altro mezzo, deve camminare da sola; deve essere se stessa”.

Il divisionismo

Il triennio si chiuderà con l’iniziativa, a cura di Simona Bartolena, che analizzerà il Divisionismo nelle sue molteplici e complesse sfaccettature, sia dal punto di vista tecnico e formale che da quello iconografico, attraverso le opere dei suoi principali protagonisti: da Giovanni Segantini a Gaetano Previati, da Pelizza da Volpedo a Emilio Longoni, in un tessuto narrativo che condurrà fino all’eredità del movimento fino alle soglie del nuovo secolo, verso il Futurismo.
Nel 1891, a Milano, apre i battenti la prima Triennale di Brera. Nelle sale dell’esposizione fa scalpore un gruppo di opere molto innovative, firmate da Gaetano Previati, Giovanni Segantini, Angelo Morbelli, Emilio Longoni, Plinio Nomellini e Vittore Grubicy de Dragon. Sebbene essi non rappresentino una scuola pittorica né un gruppo organizzato, i loro stili presentano elementi comuni, che portano la critica a qualificarli come parte di un movimento, detto Divisionismo a causa della loro tecnica a “pennellate divise”, secondo una modalità che negli stessi anni stava sperimentando anche un gruppo di artisti francesi, capeggiati da Georges Seurat.
Nonostante le evidenti similitudini, il Divisionismo italiano si differenzia profondamente da quello francese: in Italia, infatti, il nuovo linguaggio, oltre che dall’interesse per le leggi della scienza ottica e della percezione è caratterizzato anche da una parte da una forte connotazione emozionale e immaginifica, di matrice simbolista, dall’altra dall’attenzione per le tematiche sociali.