Don Achille Sana, storico rettore del collegio di Celana, si è spento venerdì sera. In molti lo piangono, soprattutto gli ex studenti che gli sono rimasti ancora affezionati. Nel giugno 2017 si era concesso a una lunga e interessante intervista al Bergamo Post, testata del Gruppo Netweek del quale fanno parte anche i settimanali Giornale di Lecco e Giornale di Merate. Ve la riportiamo integralmente.

Monsignor Sana, lei nel 1964 è diventato prete, l’anno dopo era già vicerettore del Seminario di Bergamo, il nuovo e splendido seminario. Da allora il mondo è cambiato.
«Il mondo è cambiato completamente per certi aspetti, su altri sarei più cauto. Voglio dire che certi aspetti sono stati ridimensionati, altri sviluppati. L’alchimia del mondo è diversa, certo».

Si spieghi.
«Per esempio, in quegli Anni Sessanta ancora il novanta per cento dei bergamaschi andava a messa. In chiesa gli uomini andavano a destra e le donne nei banchi a sinistra. Il parroco era un’autorità, un’istituzione. Oggi i bergamaschi che vanno a messa sono il venti per cento, in chiesa non c’è più alcuna divisione, il parroco è ancora una figura di riferimento, ma per una minoranza. Allora, tutto è cambiato, in apparenza».

Perché in apparenza?
«Perché io penso che il bisogno religioso che spingeva le persone ad andare a messa ci sia ancora e che l’esigenza di preti bravi, di persone che facciano una scelta religiosa forte, ci sia allo stesso modo e forse più di prima. Io penso siano cambiate le forme, siamo nel mondo dell’informale, del “casual”. Questo è quello che è rimasto della forte spinta protestataria del Sessantotto e dei primi Anni Settanta».

Lei divenne vicerettore del nuovissimo e grandioso Seminario. Ed era giovanissimo.
«Sì, il grande e splendido Seminario nuovo. Noi ci rendevamo ben conto della sua importanza, veniva tanta gente da fuori a visitarlo. Una meraviglia. Per noi doveva essere il segno di una Chiesa nuova e forte che portasse i suoi frutti, la sua meraviglia in giro per il mondo. Era un segno, sì, ma non narcisista, di apertura al mondo: eravamo la chiesa di Papa Giovanni XXIII. Eravamo una grande chiesa missionaria, i preti bergamaschi li trovavi dappertutto, in Italia, in Europa, in ogni continente».

Lei ha conosciuto Papa Giovanni?
«L’ho conosciuto, sì, abbastanza bene».

Di persona?
«Sì. Ero un ragazzo e stavo al Seminario minore di Clusone. Monsignor Roncalli veniva con una certa frequenza perché aveva in quel seminario un nipote. A volte erano visite fugaci, private. Altre volte si intratteneva con noi ragazzi».

Che ricordo le è rimasto?
«Mi fece una profonda impressione, proprio ricordo bene che ebbi la sensazione di trovarmi di fronte a un uomo straordinario».

Che cosa la colpiva?
«Il senso di libertà. Lui si poneva in mezzo a noi con grande semplicità, raccontava, spiegava come se fosse un buon padre. Ci ascoltava. Raccontava le sue peripezie. Aveva un sorriso per tutti. Insomma: dava un senso di accoglienza profonda, e quindi di libertà. Perché quando ti senti accolto per quel che sei, ti senti libero. Questo ho cercato di ricordarlo sempre nel mio lavoro. Credo che questo esempio di Roncalli, abbia contato moltissimo nella mia vita. Mi ha confermato che è l’adesione emotiva a una persona, o a un’idea, che convince, che sprona, molto di più che la convinzione intellettuale».

Come Papa Giovanni, lei è di famiglia contadina.
«Sono nato a Barzana, ma da ragazzino con la famiglia ci trasferimmo a Longuelo. Coltivavamo un grande terreno ad Astino. Mio papà si chiamava Nando, mia mamma Teresa. Coltivavamo dalla collina in giù».

Quindi ha conosciuto Roby Facchinetti.
«Certo. Loro avevano la cascina di fronte all’antico monastero, siamo sempre rimasti amici. Lui è un poco più giovane di me».

Perché a ventisei anni venne scelto come vicerettore del Seminario?
«Fu una scelta dei superiori, io credo che loro avessero notato il mio rigore, il mio desiderio di coerenza, di preparazione. E al tempo stesso di gioventù. Io ero rigoroso, anche severo. Lo studio era un valore per me fondamentale, non “negoziabile”. La preparazione era un dovere, prima di tutto verso se stessi».

Che cosa era la Chiesa per lei, prete del 1964?
«Era la Chiesa forte, massiccia, bellissima. Era un’entità portatrice di un grande bene. Ammiravo con devozione le figure istituzionali, il Papa, i vescovi, il mio rettore, l’Azione Cattolica, gli scout… e in questa Chiesa mi convincevo che il mio compito era studiare con impegno, con una disciplina personale precisa, forte. Il mio rettore si chiamava monsignor Sonzogni, era un professore di Teologia, una vera guida. Era anche un uomo semplice, umile, però preciso nella sua idea di educazione e di didattica».

Lei è rimasto in Seminario fino al 1977.
«Sì, ho vissuto quegli anni di grandi proteste, di contestazione. Osservavo questi movimenti con uno sguardo critico. Io ero convinto che un’impostazione rigorosa degli studi portasse a grandi frutti. Rigore nello studio da un lato, ma anche una convivenza felice dall’altro. Quello che dicevo dell’accoglienza, del sorriso. Ogni settimana c’era un giorno dedicato all’avventura. Allora partivamo con tutti i ragazzi del Seminario e si andava in Maresana, magari verso il Monte di Nese e organizzavamo dei grandi giochi… ci divertivamo veramente tanto. E poi ogni studente andava seguito, curato, ascoltato, messo nelle condizioni migliori per potere dare il massimo di sé. Non eravamo là sul colle per futili motivi. Ci si doveva preparare per una grande missione. Il mio impianto era: preghiera, disciplina, studio. E poi credevo profondamente nell’alleanza tra famiglia, Chiesa, seminario».

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Dopo il 1977 venne mandato al Collegio vescovile Sant’Alessandro.
«Fu una decisione del vescovo Gaddi che al Sant’Alessandro però non tutti accettarono, mi consideravano troppo giovane, c’erano suoi collaboratori che ritenevano di avere tutte le carte in regole per diventare rettori e presidi. E avevano ragione. Ma il vescovo decise così».

Il Sant’Alessandro era la scuola cattolica bergamasca per eccellenza.
«Sì, era una grande scuola. Prima di tutto dal punto di vista dell’educazione e della didattica. Poi anche per via del numero di iscritti, negli anni Ottanta avevamo settecentoventi alunni».

Eravate la scuola dei ricchi, delle grandi famiglie bergamasche.
«Tante famiglie importanti mandavano da noi i figli. Prima di tutto perché quelli erano anni turbolenti nella scuola pubblica, e poi perché queste famiglie riconoscevano l’importanza della preparazione, del rigore che formano una mentalità, un certo approccio alla vita, basato sulla serietà degli impegni, sul desiderio di dare il meglio. E anche su alcuni valori che la Chiesa non ha mai dimenticato, la fede in qualcuno che è più grande di noi, e il suo messaggio di amore verso il prossimo. Qui sta il passaggio cruciale».

Dica.
«Educare una classe dirigente impegnata, colta, capace, che conosce l’umanità del Vangelo significa recare un servizio a tutta la società, perché queste persone poi guideranno aziende, uffici, banche, si impegneranno in politica, nel sociale… Questo è il fulcro della questione. Una scuola così portava il bene a tutta la società bergamasca».

Adesso è cambiato tutto.
«In quegli anni si registrava una sintonia molto bella tra presidenza, docenti, famiglie, c’era una unità di intenti. Ancora esisteva unità anche fra agenzie educative, quello che il ragazzo sentiva a scuola lo sentiva anche in famiglia, in parrocchia… Avevamo docenti molto rigidi, altri più comprensivi, elastici. Io apprezzavo francamente gli uni e gli altri e cercavo di garantire la loro libertà più ampia possibile, cercavo di essere uno stimolo positivo per gli uni e per gli altri. E cercavo di non far mancare mai un sorriso, un incoraggiamento».

L’alleanza educativa in questi ultimi vent’anni si è incrinata. Tanti genitori sono diventati sindacalisti dei figli.
«È vero. Forse devono mettere a tacere dei sensi di colpa. Spesso i figli vengono lasciati troppo soli».

Lei ha lasciato il Sant’Alessandro all’inizio del periodo del vescovo Beschi.
«Ma era già stato deciso dal vescovo Amadei. La mia concezione della scuola non era in sintonia con quello che pensavano alcuni stretti collaboratori di monsignor Amadei. La mia era un’idea eccessivamente rigorosa, secondo qualcuno non più adatta ai tempi. Magari avevano ragione loro. Credo che, comunque, ciascuno con il suo pensiero abbia cercato di fare il meglio per la Diocesi».

L’hanno mandata a Celana.
«Sì, l’idea era di chiudere la struttura. Ma quando mi ci sono trovato mi sono reso conto che era un posto ricco di potenzialità, che si poteva rilanciare. Ma non ho trovato consensi».

Cinquantatré anni dopo la sua ordinazione come vede la Chiesa?
«Siamo nel mondo secolarizzato, l’Occidente pensa più ai consumi che all’anima. È il nuovo materialismo che già era avvertito da Giovanni XXIII. La Chiesa è diventata minoranza. Io credo che non debba essere un male, mi ritrovo nell’esempio di Papa Francesco. Siamo minoranza, facciamo un bagno di umiltà e andiamo avanti, più motivati e autentici di prima. Abbiamo una nostra sapienza, una nostra verità che non è meno importante perché siamo in venti anziché in cento. Anzi».

Dio abita lontano da noi.
«Soltanto se noi vogliamo che sia così. Ma tanti esempi ci dicono che invece Dio è qui, è presente, è operante. Penso ai tanti martiri cristiani di oggi».

La nostra vita è frantumata, fondata sull’individualismo.
«Dicevo che abbiamo la nostra sapienza, bisogna portarla avanti con soluzioni pedagogiche ed educative adeguate, in modo da far crescere la consapevolezza dei ragazzi riguardo alle questioni fondamentali, il senso della vita, il destino, la relazione con le altre persone. Qui si è giocato tutto. L’educazione. Su questo dobbiamo interrogarci».

Qual è il brano di Vangelo che ama di più.
«Quello di Giovanni quando Gesù dice: “Io vado a prepararvi un posto, quando tornerò vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”».